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Mia Ceran: il suo podcast "The Essential" in esclusiva su Spotify

Mia Ceran  

Spotify amplia il proprio catalogo di podcast assicurandosi in esclusiva uno dei titoli più amati e ascoltati nel nostro paese: “The Essential”, prodotto da Will Media e condotto da Mia Ceran. In soli cinque minuti, come previsto dal particolare format, la popolare giornalista racconta ogni giorno l’attualità politica, economica o culturale dall’Italia e dal mondo.

Nel corso del suo primo anno, il podcast è stato una presenza costante nella top 5 delle classifiche italiane degli show più ascoltati, più che triplicando i propri ascolti grazie alla capacità di raccontare il mondo senza la tradizionale rassegna stampa o raffica di notizie.

Lanciato nell’aprile 2020, “The Essential” ha contribuito alla rapida e costante crescita dei podcast di news in Italia, scelti da sempre più ascoltatori per informarsi sui principali fatti di attualità. Se a livello globale le persone che hanno ascoltato podcast di notizie nel corso dell’ultimo anno sono aumentate del 29%, nel nostro paese la crescita è stata addirittura del 126%.

Come si spiega questo grande successo? Mia Ceran ne ha parlato in questa intervista ad affaritaliani.it

Mia, da dove nasce il tuo interesse nei confronti di questo format, in così grande espansione anche in Italia?
Lo amo ormai da tempo, avendo iniziato a seguirlo quando è diventato mainstream negli Stati Uniti. Ho sempre utilizzato Spotify per scoprire nuovi podcast. Qualche anno fa mi era venuto in mente un mio podcast, che avevo proposto ad un’altra piattaforma, ma la cosa non è andata in porto. Allora ancora era diffusa la sensazione che questo fosse un media marginale. Un anno dopo mi è stato proposto di prendere in mano il neonato “The Essential”, un format nato con Will e dalla durata di soli cinque minuti, così caratterizzante, e mi è sembrato interessante raccogliere questa sfida…. E mi pare che abbia pagato, anche se cerco di non essere ne’ troppo modesta, ne’ troppo entusiasta dei risultati. Il riscontro oggettivo è andato anche oltre le nostre aspettative. È stato interessante scoprire che c’erano così tante persone che avevano sete di notizie, seppure in breve, così da essere “iniziate” a una serie di argomenti. Dopo pochi mesi di pubblicazione, i numeri sono cresciuti di quattro volte. Poi, appunto, c’è stata l’attenzione di Spotify, dalla quale è nato l’accordo di esclusiva che oggi è in essere. Devo dire che la cosa che più mi ha acceso di entusiasmo è stato il feedback da parte degli ascoltatori, grazie al quale abbiamo anche modulato il podcast: è diventato quello che è oggi anche grazie a tutta la gente che ci ha scritto.

Pensi che sia questa customizzazione ad averne decretato il successo?
Credo di sì. E’ uno strumento molto contemporaneo. Io da anni mi occupo di televisione, che però ha un approccio più filtrato: un telespettatore può scriverti (i social hanno agevolato molto questa cosa) ma difficilmente può incidere nella scaletta di un programma quanto invece può incidere sulle scelte di “The Essential”. Tendenzialmente siamo seguiti da persone abbastanza informate - “la meglio gioventù” dei social, direi – che sanno bene di cosa parlano e talvolta ci correggono anche. È un processo che ti stimola e questa caratteristica sia quella che descrive meglio la novità che porta questo format. 


Prima dicevi che ti ha colpito la quantità di persone che ha voglia di notizie e in effetti questo da un certo punto di vista colpisce, visto che viviamo nell’era della “infodemia”. Come mai il podcast sta invece riscuotendo tutto questo successo?
A questo ti rispondo non da persona che fa i podcast, ma da persona che li ascolta: io nel frattempo faccio altro! È una cosa che mi viene proprio comoda, nel momento in cui mi sposto da una parte all’altra. Si adatta molto meglio al nostro stile di vita, nel quale se non siamo multitasking sentiamo che stiamo perdendo tempo! Questo vale anche per gli audiolibri o i podcast di pezzatura più lunga, ma abbiamo la sensazione che se non facciamo due/tre cose insieme… siamo dei perdigiorno. Inoltre, con “The Essential” ho cercato di correggere il tiro su quello che ho scoperto che dava fastidio ad alcuni lettori: nelle news non c’è mai il riassunto dell’episodio precedente, non c’è mai una spiegazione chiara e raramente c’è un’ambizione “pedagogica”. Intendo dire che bisogna mettersi nei panni di chi, quando si parla di Israele e Palestina, ha… perso le puntate precedenti! Anche se non è facile farlo in cinque minuti, devo almeno provare a risalire fino alla guerra dei sei giorni. E’ quello che cerco di fare da quando ho una coscienza giornalistica: dare quel riassunto delle puntate precedenti che trovi in una serie Netflix, prima dell’aggiornamento su quello che è successo oggi. Anche questo credo che abbia pagato tanto. 

Oltre a selezionare l’abnorme flusso di notizie sui media, quando conta l’aspetto on demand di questo format?
Indubbiamente. Il tema è: lo voglio quando dico io, mentre sono dove dico io e a fare quel che dico io. È anche un nuovo modello di business, un grande tema che le news devono affrontare. Il nostro prodotto di fatto è gratis, quindi dobbiamo provare a percorrere nuovi schemi e da questo punto di vista la partnership con Spotify è fondamentale, secondo me. Il servizio va offerto con certi crismi, ma anche con qualcuno che abbia trovato un business model: anche per questo celebriamo questa partnership con Spotify. 

La necessità di pensare format nuovi è legata anche al fatto che il pubblico dei podcast è in maggior parte composto da Under 35, che sono cresciuti con questa esigenza specifica. Sbaglio?
No, anzi: questo credo che valga per tutto il progetto di Will nel suo complesso. Abbiamo la responsabilità di dare forma a un’informazione che può interessare a una generazione che credo si sia sentita un po’ orfana. Io ho 34 anni, ma per il mestiere che faccio ho ancora il feticcio dei giornali, però mi rendo conto che c’è qualcosa che si è interrotto nel rapporto di comunicazione con i lettori. La ricerca di una formula nuova mi entusiasma moltissimo, anche perché sono entrata da giovanissima nel settore degli old media, ma fin dall’inizio avevo questa sensazione di “fine dell’impero”. Adesso invece mi sento di essere parte di un fenomeno che cresce: ci sarà ancora molto da fare, ma ce la stiamo giocando sul campo. 

Una caratteristica fondamentale di “The Essential” è che dura solo cinque minuti. Questo richiede a te e a voi una capacità di selezione notevole. Non avete mai qualche difficoltà?
Ammetto di aver fatto molta fatica, all’inizio. Sono una chiaccherona e, anche se ho i tempi televisivi, da tempo ormai in tv faccio intrattenimento, più che informazione. E’ stata una cosa che ho scoperto strada facendo, anche grazie agli ascoltatori. Ho avuto subito la consapevolezza che non avrei potuto seguire le aperture dei giornali, anche perché i giovani non hanno difficoltà a trovare le principali notizie. Quando siamo partiti, la notizia del giorno era sempre il bollettino del Covid, ma noi non potevamo occuparcene: era facile da reperire altrove e inoltre avevo fin da inizio carriera la grande ambizione di occuparmi di esteri, un tema che sui giornali italiani fa un po’ fatica a trovare spazio. Invece alla gente interessa, almeno finché la chiave è un raffronto tra la nostra realtà e quella di altri paesi, spesso non molto dissimile. 

Accennavi al fatto che "The Essential" è stato lanciato durante il primo lockdown: questo come ha inciso sulle sorti del podcast?
Ho pensato che fossimo tutti sulla stessa barca, chi faceva il prodotto e chi lo ascoltava. Ho cercato di dare le notizie che avrei voluto ascoltare. Per tutto il primo anno c’era una grande monotematicità e, anche se ci siamo occupati di Covid-19, lo abbiamo fatto con un taglio molto rivolto agli esteri. E poi abbiamo cercato di diversificare, dando anche tutto ciò che ci mancava, anche da lettori.
 

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