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Medicina
Il Covid e la riforma del sistema sanitario: tra il Pnrr e le scelte regionali
L'assessora lombarda al Welfare Letizia Moratti tra il ministro alla Salute Roberto Speranza e il sottosegretario Pierpaolo Sileri (elaborazione da foto Lapresse)

La pandemia di Covid ha colpito la Lombardia per prima e in modo più grave di tutte le altre regioni italiane. Per questo la risposta del sistema sanitario lombardo alla crisi sanitaria è finita sotto i riflettori, provocando infinite polemiche politiche. Per questo motivo, la riforma della legge regionale 23/2015 non è “solo” una vicenda lombarda, ma un fatto di rilevanza nazionale: al momento della sua approvazione, si era ipotizzato che in caso di successo il modello lombardo potesse essere esteso alle altre regioni italiane. I fatti, purtroppo, hanno detto l’esatto contrario e quindi la riflessione sul cambiamento interessa anche le altre regioni, ma vediamo nel dettaglio cosa si sta studiando in Lombardia.

Legge 23 e Pnrr 

La strada è segnata, la riforma della legge 23/2015 che fissa le regole della sanità lombarda è tracciata. In coerenza con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) “le linee di sviluppo intendono porre come principio guida nel percorso di formulazione del nuovo assetto il potenziamento dell'area territoriale” ha detto l’assessora lombarda al Welfare Letizia Moratti, con anche un calendario già stilato: “A settembre 2021 ricognizione siti idonei per la realizzazione di case della comunità, centrali operative territoriali e degli ospedali di comunità, nuovi istituti della nuova legge; a dicembre 2021 individuazione dei siti di realizzazione” e a marzo 2022 è prevista la “sottoscrizione del contratto istituzionale di sviluppo”. 

I cardini della riforma

La Lombardia intende cambiare strada prevedendo una maggiore attenzione al territorio, alla medicina di prossimità, alla prevenzione. Di fatto, un’ammissione implicita degli sbagli commessi negli ultimi 20 anni nella pianificazione sanitaria regionale, investita e devastata dal Covid. La Lombardia, è bene ricordarlo, è una delle aree geografiche al mondo con il maggior numero di decessi per Covid rispetto alla popolazione. Non solo, la Lombardia che risulta la regione con il tasso di letalità più alto d’Italia: il dato emerge da uno studio dell’Università Cattolica, il quale sottolinea come gli oltre 33.000 decessi per Covid nella regione non siano "attribuibili solo alla fragilità della popolazione anziana, quella più colpita dal virus", ma "andrebbero ricercati tra un ventaglio molto ampio di fattori: carenze organizzative, ritardi iniziali nel comprendere la gravità dell’emergenza, deficit nei sistemi di tracciamento dei contagi, diversi livelli di aggressività del virus, comportamenti individuali e scelte dei Governi centrali e locali”. Ora si punta a nuovi “distretti” sanitari ridisegnando anche le competenze e i confini delle Aziende Sanitarie. Resta però un elemento, fondamentale, di continuità: i vertici sanitari continueranno a essere comunque decisi dalla politica, un problema tutto italiano che sembra non trovare soluzione. Del resto la spesa sanitaria è di gran lunga la principale voce del bilancio regionale lombardo: 18 miliardi di euro l’anno prima del Covid. Cifre molto probabilmente destinate a crescere.

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