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Forza Italia, che faranno Brunetta, Carfagna e Gelmini? Tra indizi e rumor
Renato Brunetta Mara Carfagna Mariastella Gelmini 
Lapresse

Forza Italia: che destino si prospetta per i ministri azzurri? Finita la legislatura, ecco le possibili traiettorie per Brunetta, Carfagna e Gelmini

Si fa un gran parlare delle difficoltà del Movimento cinque stelle da un lato e della Lega dall’altro, legate alla loro adesione al governo Draghi, ma poco si dibatte della brace che arde sotto la cenere azzurra. Anche Forza Italia, infatti, soprattutto dalle elezioni quirinalizie in poi, è sempre più lacerata e la battaglia “identitaria” in linea con gli alleati di centrodestra sulla riforma del catasto ne è la prova. La vera cesura tuttavia è quella che si registra con i ministri di FI, completamente a proprio agio al fianco dell’attuale presidente del Consiglio, al punto che diverse ‘voci di dentro’, scommettono persino su un loro divorzio da Silvio Berlusconi. Finita la legislatura, insomma, che faranno Renato Brunetta, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini?

Insider di FI, interpellati da Affaritaliani, sono pronti a ipotizzare persino “un trasloco del ministro per la Pa nel Pd”. In effetti che Brunetta sappia destreggiarci bene nel centrosinistra lo dimostra per esempio l’ultima task force che ha partorito per monitorare gli effetti del Recovery sulla Pa. Un comitato di saggi in cui, come ha scritto La Verità il 9 marzo scorso, non c’è traccia di esperti di area centrodestra. In compenso ci sono per esempio il politologo Sergio Fabbrini, scelto per la presidenza, o l’ex ministro della Giustizia Paola Severino. La professoressa, tra l’altro, già a settembre dello scorso anno, proprio su proposta del titolare di Palazzo Vidoni, era stata nominata da Mario Draghi presidente della Scuola nazionale dell’amministrazione (Sna). Con buona pace di Berlusconi che non ne ha mai digerito la legge da cui discese proprio la sua decadenza dal Senato.


C’è anche chi tra le fila azzurre, invece, immagina un futuro per Brunetta accanto a Brugnaro in Coraggio Italia. Dunque, in un’area terzopolista che guardi al centrodestra. “La recente nomina a presidente della Fondazione Venezia capitale mondiale della sostenibilità – spifferano al nostro giornale – come vogliamo leggerla? E’ chiaro che Brunetta si sta muovendo e pensa a cosa farà da grande. Bene che gli vada anche con una candidatura. Nella peggiore delle ipotesi comunque ha già una fondazione cui dedicarsi”. Un indizio che spiazza, bisogna registrarlo, riguarda i pagamenti al partito. Dai rendiconti ufficiali, infatti, proprio il titolare del dicastero della Funzione pubblica, come rivelato da Repubblica, avrebbe versato mille euro in più. Al contrario della sua collega Carfagna delle cui quote non ci sarebbe traccia.

Un dem di lungo corso, comunque, dice ad Affari che “il vero discrimine è rappresentato dalla legge elettorale. Bisogna prima essere sicuri che il sistema di voto rimanga quello attuale. In tal caso ci saranno meno fuoriuscite perché prevarrebbe la logica dello stare insieme per vincere. Nel caso, remoto, che si passasse al proporzionale, allora potrebbe esserci di più la tendenza ad andare verso altri gruppi”. Fatta questa premessa, il parlamentare Pd esclude che un esponente come Brunetta possa entrare nel Partito democratico: “Mi sembra davvero difficile, è possibile invece che Coraggio Italia rimanga in vita e si guadagni un po’ di seggi. Allora sì che esponenti azzurri come Brunetta o la stessa Carfagna potrebbero essere interessati a smarcarsi dal partito di provenienza. Sempre se ci fosse la garanzia di posti. Non ce li vedo, insomma, a intraprendere altre strade, coraggiose ma più pericolose”.

Eppure con l’ex ministro alla Salute Beatrice Lorenzin il salto dalle fila azzurre a quelle democratiche c’è stato. “Sì, ma eravamo in una fase completamente diversa. C’era il Pd a guida Renzi e quindi un progetto che effettivamente puntava a inglobare il centro in un momento in cui la variabile del quadro politico era la disgregazione di FI”.

Ma allora  Brunetta e Carfagna potrebbero anche volgere lo sguardo verso i renziani. Del resto, proprio la ministra per il Sud - era da qualche mese nato il governo Conte due – dichiarò che “Forza Italia viva” sarebbe potuta essere “una suggestione”, a patto che Renzi si fosse sfilato dall’esecutivo di centrosinistra. Sta di fatto che dalle parti di Forza Italia e del Pd tendono a escludere un approdo renziano per i due ministri. “Giovanni Toti e Luigi Brugnaro danno maggiori garanzie di un ancoraggio nel centrodestra”, sostengono gli azzurri.  Stesso ragionamento che fanno i democrat con Affari: “Renzi gioca partite sempre molto variabili e non sarebbe in grado di dare queste garanzie”.

E Mariastella Gelmini che farà? Sulle sorti del ministro per gli Affari regionali, sono in molti a destra come a sinistra a non nutrire dubbi: “E’ la classica donna di partito – concordano – Resterà in Forza Italia”. Qualcuno nel centrodestra, però, spariglia e al nostro giornale rivela: “E’ molto più probabile invece che a rimanere in FI sia Carfagna e non Gelmini. Il ministro per il Sud può sempre contare su un rapporto privilegiato con Berlusconi. Non lo ha mai abbandonato anche quando era data a un passo dal farlo. Discorso diverso per Gelmini. Una sua futura candidatura in FI, infatti, troverebbe le porte sbarrate in primis da Tajani e Ronzulli”.

Ecco che dunque “Brugnaro, più che Toti, potrebbe diventare la sua ancora di salvezza”, conclude. Non senza disseminare però, un ulteriore dubbio: “Tutto naturalmente dipende dal radicamento che avrà Coraggio Italia. Un conto, infatti, è il l’attuale peso politico. Ma tutt’altro conto sarà il peso elettorale”. Insomma, le variabili in gioco sono davvero tante. Quanto basta per rendere pieno di incognite, se non addirittura precario, il futuro dei ministri azzurri.  

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