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Politica
Pnrr e riforme: i voti al governo, tutti gli obiettivi punto per punto
Raffaele Fitto

Secondo un report della cassa depositi e prestiti del 2022 il PIL italiano, in caso di realizzazioni delle riforme previste dal piano,  potrebbe tornare ai livelli del 2007

 

E’ molto interessante analizzare il Pnrr, che molti hanno paragonato al più grande piano di sovvenzioni per il nostro paese dopo il piano Marshall del dopoguerra, sulla base dei risultati fin qui raggiunti sul tema delle riforme messe in campo. Un capitolo fondamentale che ha visto il grande impegno del ministro Raffaele Fitto, per non sprecare le risorse ottenute dall’Europa, operando una rimodulazione di obiettivi e di misure da finanziare, che ha ricevuto di recente il plauso della Commissione, che ha certificato come il nostro piano sia quello in stato più avanzato di tutta la Ue.

E questo dovrebbe essere un motivo di grande orgoglio per il governo e per il ministro preposto. Ma l’importanza del piano, al di là dei soldi investiti nei singoli progetti, riveste una rilevanza fondamentale proprio per la capacità di realizzare quelle riforme, che il nostro paese attende da decenni e che potrebbero finalmente rilanciare una economia, che stenta a uscire da quel cono d’ombra che relega il nostro paese, in termini di crescita economica ( ad eccezione di questi ultimi 3 anni) agli ultimi posti in Europa. Si discute molto, infatti,  in maniera anche forse strumentale,  di investimenti e opere da finanziare, ma non si sottolinea forse abbastanza quello che dovrebbe essere invece il vero caposaldo di tutto il piano, e cioè mettere mano finalmente ad una serie di riforme non più rimandabili.

Secondo un report della cassa depositi e prestiti del 2022 il PIL italiano, in caso di realizzazioni delle riforme previste dal piano,  potrebbe tornare ai livelli del 2007, precedenti alla crisi finanziaria globale, già entro il 2025, raggiungendo un livello costantemente più elevato negli anni rispetto a uno scenario in assenza di riforme. Al pervicace ritardo riformista l’Italia ha pagato il prezzo altissimo del «ventennio perduto», riducendo il Pil pro capite dello 0,8% nel periodo 2000-2019, con l’aggravante che nel 2000 il Pil pro capite italiano superava la media Ue del 20% e nel 2019 era inferiore del 7%; nel 2000 il Pil pro capite italiano superava la media Eurozona del 3% e nel 2019 era inferiore del 15%.

Il PNRR introduce riforme che si possono definire “orizzontali”, quali quelle che si prefiggono di migliorare la qualità della Pubblica Amministrazione e di ridurre i tempi della Giustizia. Sono poi previste riforme “abilitanti”, rivolte alla promozione di Semplificazione e Concorrenza.

La riforma della Pubblica Amministrazione prevede una stretta sinergia tra gli investimenti in infrastrutture digitali e in capitale umano previsti dal Piano e la semplificazione delle procedure, assieme a una nuova organizzazione del lavoro. L’obiettivo principale della riforma della Giustizia riguarda la riduzione dei tempi dei procedimenti giudiziari, anche in questo caso in sinergia con gli investimenti per la digitalizzazione dei processi e la formazione del personale, abbinati a interventi normativi per razionalizzare le procedure d'ufficio e migliorare, quindi, la capacità amministrativa dei tribunali.

A tal proposito molto indicativo il report dal CEPR ( centre for economic policy research) a cura dell’economista Francesco Giavazzi e di Chiara Goretti, coordinatrice della Segreteria Tecnica del PNRR. Il risultato che ne deriva è tutto sommato positivo, e anche questo potrebbe essere una bella sorpresa, soprattutto in materia di giustizia, dove si registra un progressivo progresso nel raggiungimento degli obiettivi: -50% per i Tribunali e -43% per le Corti di Ricorso, rispetto alla riduzione del 90% prevista a fine Piano (giugno 2026). Una riduzione analoga si registra per i tempi di disposizione della giustizia civile (-17,4% a dic 2023), quasi a metà strada verso il raggiungimento del target finale (-40%).

Insomma sulla giustizia sembra che il piano riforme messo in piedi dal governo all'interno del Pnrr funzioni bene, così come quello sugli appalti, dove il nuovo codice a secondo degli esperti sembra stia dando i suoi frutti, malgrado le durissime critiche ricevute da parte delle opposizioni. Il report fa notare come si sia arrivati ad un riduzione sensibile delle centrali appaltanti ( 4800 dalle oltre 6500 del 2022). 

Ma risultati incoraggianti sono stati ottenuti anche sul piano dei servizi idrici e quelli della elettricità, evidenziando come le riforme contenute nel Pnrr abbiano portato ad  una maggiore razionalizzazione nelle gestione dei primi soprattutto in regione come quella siciliana e calabrese dove la situazione era davvero disastrosa e di maggiore concorrenza e razionalizzazione per quanto il mercato dell'elettricità. Raffaele Fitto qualche giorno fa, in occasione dell’ultimo incontro della cabina di regia sul Pnrr a Palazzo Chigi,  aveva rassicurato che “Con l’avvio della rendicontazione degli obiettivi della sesta rata,  il governo prosegue incessantemente nell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza”.

E su questo gli esperti del CEPR sembrano sostanzialmente essere concordi affermando che “il Pnrr ha creato una discontinuità, dando il via, almeno nel caso di Italia, a un processo di riforma in fase di stallo a causa di interessi radicati. Il fatto che le misure che abbiamo descritto – nel settore giudiziario, negli appalti pubblici e nella concorrenza – a soli tre anni dall’avvio del programma, funzionino, è un segno della loro efficacia. La determinazione e il sostegno politico, tuttavia, rimangono essenziali perché questi risultati devono essere confermati e potrebbero essere dissolti con la stessa rapidità con cui sono stati introdotti.”  Insomma come dire che la strada intrapresa è quella giusta, ma occorre proseguire su questo cammino virtuoso.






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