L’autunno potrebbe vedere Torino e molte grandi città impegnate a giocarsi le prossime elezioni amministrative nelle borgate di periferia. Siamo andati a spulciare nei numeri delle precedenti tornate elettorali, facendoci aiutare da Lorenzo Pregliasco, Direttore di YouTrend e docente all’Università di Bologna. Alle Politiche del 2018, come alle Europee del 2019, i partiti di centrosinistra sono andati molto meglio nelle grandi aree metropolitane, rispetto al Centrodestra e al Movimento 5 Stelle. Se aumentiamo lo zoom sui grandi centri urbani, si scopre che i partiti progressisti vanno meglio nelle zone centrali rispetto alle periferie.
Leggiamo i numeri che, si sa, valgono più di mille parole: nelle elezioni alla Camera del 2019, in media la Lega prese meno del 12 per cento in questi cinque grandi centri, mentre nel resto d’Italia raccolse il 18 per cento. Al contrario il Pd, nelle stesse località, prese più del 23 per cento con un differenziale di circa 5 punti percentuali rispetto al resto d’Italia. Osservando quanto accaduto alle Europee del 2019, notiamo che il Pd ha incrementato ulteriormente il divario, accumulando ben 10 punti percentuali in più in questi 5 capoluoghi, rispetto al resto del Paese, mentre la Lega ne ha ottenuti 11 in meno.
“Questa doppia tendenza dove, da una parte, il Centrosinistra trova un ambiente favorevole nelle grandi città e, dall’altra, all’interno delle grandi città, si rileva una spaccatura tra aree centrali e aree periferiche, è una dinamica molto evidente a Torino, Roma e Milano, un po’ meno a Napoli e a Bologna” spiega Lorenzo Pregliasco. “Il passo successivo del ragionamento è il seguente: se è vero che nelle periferie il Centrosinistra fatica, chi è che può intercettare l’elettorato che in passato ha premiato, a Torino come a Roma, il Movimento 5 Stelle? La risposta è, secondo me, che già nel 2019, alle Europee, si erano visti dei segnali di un passaggio del voto verso destra. All’epoca favorì la Lega che fece il boom. Gli elementi che abbiamo, e le proiezioni nazionali sembrano confermarlo, fanno pensare che quel blocco possa guardare oggi con interesse a Fratelli d’Italia. All’interno del Centrodestra, con tutta probabilità, il partito che beneficerebbe di più di questo voto in uscita dai Cinquestelle nelle periferie delle grandi città è attualmente il partito di Giorgia Meloni”.
Da sempre Torino è considerata una città-laboratorio che anticipa, nel bene e nel male, le tendenze del Paese. Nel 2016 i torinesi hanno inferto un duro colpo alla sinistra, consegnando le chiavi di Palazzo Civico a Chiara Appendino del Movimento 5 Stelle, dopo 23 anni di strapotere cattopostcomunista. E non stiamo parlando di una vittoria al fotofinish, ma di un risultato clamoroso: 202.764 voti contro i 168.888 della coalizione progressista, ovvero oltre 9 punti di distacco. Una disfatta pesante per Piero Fassino, sindaco uscente, come si può comprendere dalla grafica di YouTrend, distribuita in un tweet dell’epoca.

C’è poco da fare, la geografia politica di Torino è profondamente cambiata e i quartieri centrali della cosiddetta sinistra radical chic non bastano più a garantire la vittoria. Il peso specifico delle periferie ha contribuito chiaramente alla vittoria del Movimento 5 Stelle nel 2016.
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“La partita a Torino è sicuramente ancora aperta sulla carta, il che vuol dire che il Centrosinistra ha delle chance di riconquistare la città” prosegue Pregliasco. “Mi viene da dire che ha delle possibilità più forse per fattori nazionali che per aspetti locali. Come dicevo, già nel 2019 abbiamo assistito a un andamento assolutamente speculare del voto tra Pd e Lega, ovvero voto alla Lega che diminuiva al crescere della dimensione del comune e voto al Pd che faceva sostanzialmente il percorso inverso. A parer mio, il Centrosinistra a Torino se la gioca in parte rilevante in ragione di questa tendenza che è un fenomeno assolutamente mondiale. Il voto progressista di sinistra si concentra nelle grandi città, come abbiamo potuto vedere nelle recenti elezioni americane e in giro per l’Europa. In aggiunta a questo, se è vero che la partita è aperta per il Centrosinistra, lo è evidentemente anche per il Centrodestra. Mettiamola in questi termini: lo schema attuale non solo non prevede un’alleanza tra Pd e M5s, ma vedrà i democratici scegliere probabilmente alle Primarie un candidato che ha sempre avuto un rapporto molto problematico con i Cinquestelle e viceversa (Stefano Lo Russo – n.d.r.). Ebbene, tra tutti gli schemi possibili e immaginabili, in assoluto, quello che ho descritto è il migliore che possa capitare al Centrodestra. È la situazione che, secondo me, dà a Damilano più chance di vincere al ballottaggio. Non dico che sia favorito, ma lo scenario certamente è il migliore possibile per lui”.
Il centrodestra lo ha capito bene, soprattutto Fratelli d’Italia che ha scatenato una campagna di proletarizzazione per conquistare l’elettorato della periferia Nord, dove i torinesi soffrono un forte disagio sociale. A questo si aggiunge il pericolosissimo sentimento diffuso nelle periferie di essere invisibili agli occhi degli amministratori di turno che hanno sempre guardato al massimo nel raggio di un chilometro da piazza Castello. Non solo, dalle ultime amministrative, i blocchi sociali tra i diversi schieramenti non sono più così netti, il voto è fortemente mobile, più legato alla protesta che agli ideali, fino a diventare fluido tra un’elezione e l’altra. Nel 2014 il voto liquido determinò il successo del PD di Renzi, due anni dopo ha premiato i 5 Stelle. Se fossi nei panni dei candidati del centrosinistra, mi dedicherei con maggiore attenzione alle borgate di frontiera. Ad ascoltare la rabbia della gente c’è sempre qualcosa da imparare. Altrimenti si creeranno le condizioni della tempesta perfetta e la poltrona del sindaco più indebitato d’Italia potrebbe ospitare le rispettabilissime terga di Paolo Damilano.
