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Il prof. Pedretti fa il punto su terapia del Covid-19 e sul ruolo dell’eparina

L’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato il focolaio internazionale di infezione da nuovo coronavirus SARS-CoV-2 una pandemia e denominato la patologia da esso determinata come COVID-19 (COrona VIrus Disease 19).

L’andamento di COVID-19 in Italia ha progressivamente assunto dimensioni rilevanti e drammatiche, e, tra le diverse Regioni, la Lombardia risulta certamente la più interessata dal fenomeno con evidenti conseguenze non solo sulla cittadinanza, ma anche sul sistema sanitario regionale, da svariate settimane significativamente sotto pressione.

Cerchiamo di capirne di più e di fare il punto della situazione ad oggi. Intervistiamo il prof. Roberto F. E. Pedretti, Direttore UO di Cardiologia, IRCCS MultiMedica, Sesto San Giovanni (Milano)

PROF. ROBERTO F. E. PEDRETTI

Roberto PedrettiRoberto F. E. Pedretti

Prof. Pedretti, lei ha una lunga esperienza come Primario di Cardiologia, ma oggi si sta prodigando come tutti i suoi colleghi di ogni specialità per contrastare gli effetti del coronavirus. Ci spiega un po’ meglio di che cosa si tratta?

“COVID-19 è una infezione virale delle vie respiratorie, altamente contagiosa, che nella maggior parte dei casi decorre con sintomi lievi, ma che può anche determinare un interessamento delle vie respiratorie inferiori sino alla polmonite che, in alcuni pazienti, può evolvere in una grave forma di sindrome da “distress” respiratorio acuto. Sebbene la evoluzione verso le forme più gravi non sia la regola, la elevata contagiosità del virus ha determinato in breve tempo una congestione senza precedenti delle strutture sanitarie ospedaliere con la necessità di pesanti riorganizzazioni delle stesse, con creazione di reparti dedicati alla cura del COVID-19 e di nuovi posti letto di terapia intensiva, in brevissimo tempo”.

La gente sente parlare ogni giorno di possibili terapie diverse, talvolta decisamente fantasiose. Che cosa c’è di vero?

“E’ inevitabile che tra i temi in discussione e in analisi vi sia quello delle terapie disponibili per la cura dei pazienti del COVID-19, argomento di particolare rilevanza stante la attuale non disponibilità di un vaccino per la prevenzione della malattia e i tempi non brevi per renderne disponibile uno efficace.

Nella terapia del COVID-19, gli algoritmi a disposizione dei medici sono in continua evoluzione. Premettendo che l’intervento terapeutico è bene inizi il più precocemente possibile, con un’intensità proporzionale al quadro clinico, vi è anche da dire che gli schemi terapeutici non si basano su studi clinici controllati, bensì sul consenso di esperti. I percorsi di cura vengono di volta in volta adeguati, in buona parte sulla scorta dell’esperienza raccolta sul campo, dal momento che tale malattia è molto recente e ancora poco conosciuta.”

Qual è lo “stato dell’arte”, qual è la terapia che dà speranza di successo? Come si evolve nel tempo?

“La terapia al momento vede l’impiego di farmaci antivirali, antiinfiammatori e il necessario supporto alla funzione respiratoria con diversi gradi di intensità, dalla ossigenoterapia convenzionale sino alla ventilazione non-invasiva ed invasiva, quest’ultima in unità di terapia intensiva.

Gradualmente ci si è resi conto il COVID-19 evolve secondo tre diverse fasi. Una fase iniziale (#1) durante la quale il virus si replica all’interno delle cellule del nostro organismo. Tale fase si caratterizza clinicamente per la presenza di malessere generale, febbre e tosse secca. I casi nei quali l’infezione viene bloccata (o l’infezione si blocca per sé) a questo stadio hanno un decorso assolutamente benigno.

La malattia può poi evolvere verso una seconda fase (#2) caratterizzata da alterazioni a livello polmonare causate sia dagli effetti diretti del virus, sia dalla nostra risposta immunitaria di difesa. Tale fase si caratterizza per un quadro di polmonite che, in un numero limitato di persone, può evolvere verso un quadro clinico molto grave (#3), dominato da una vera e propria tempesta infiammatoria, con conseguenze generalizzate, e con quadri di vasculopatia sia a livello polmonare che di altri distretti vascolari. Questo coinvolgimento vascolare è stato confermato sia da reperti autoptici che dalla segnalazione in report scientifici”.

Quindi la sua esperienza di cardiologo che cosa le suggerisce?

“Nelle ultime settimane si sta molto discutendo nella comunità scientifica circa la possibilità e l’importanza di agire a livello del sistema cardiocircolatorio con un utilizzo più esteso ed aggressivo dell’eparina, in particolare quella a basso peso molecolare. L’eparina è un farmaco anticoagulante, in grado di prevenire la formazione di trombi all’interno di arterie e vene”.

L’EPARINA

C’è qualche esperienza recente sulla quale basarsi?

“Uno studio recente, condotto in Cina, ha dimostrato che l’eparina a basso peso molecolare è in grado di migliorare la sopravvivenza in pazienti con forme gravi di COVID-19. Per le sue caratteristiche, questo non consente di formulare conclusioni. Tuttavia, l’AIFA ha emesso una raccomandazione che invita, dopo attenta analisi costo-beneficio, ad un uso più aggressivo dell’eparina a basso peso molecolare e ha avviato una sperimentazione in Italia su questo argomento”.

E lei come cardiologo è favorevole a questa terapia?

“Personalmente penso che l’eparina a basso peso molecolare possa giocare un ruolo molto importante nel migliorare l’andamento clinico dei pazienti affetti da COVID-19. Questa malattia presenta infatti caratteristiche di grande imprevedibilità; credo che parte di questa imprevedibilità possa appunto essere conseguenza di fenomeni vasculitici e di attivazione del sistema della coagulazione con importanti fenomeni tromboembolici. Ritengo che un trattamento anticoagulante ben condotto possa aiutare a migliorare la prognosi nei pazienti affetti da COVID-19, soprattutto nelle forme più serie. Naturalmente si tratta della mia impressione clinica, che dovrà essere confermata dagli ulteriori studi in corso sull’argomento”.

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