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Coronavirus
Bentornati a scuola e... io speriamo che me la cavo!

10 gennaio: le lezioni ripartono, nonostante la Omicron e le dure polemiche

 

L’autentica bagarre scatenata dall'odierna ripresa delle lezioni ha almeno un lato positivo: si è tornati a parlare di scuola, un argomento del quale ci si è sempre occupati troppo poco, anche prima della pandemia. Proviamo ad andare oltre la dura contrapposizione di questi giorni tra chi auspicava un rinvio del ritorno in classe e chi invece combatteva una feroce guerra alla dad, da sopprimere a qualunque costo (anche per differenziarsi dal governo precedente). 

Come troppo spesso accade da quando conviviamo con il Covid, il dibattito si è polarizzato con toni simili a una guerra di religione, quando invece ci sono delle ragioni molto condivisibili su entrambi i fronti. Non si può non essere d’accordo sul fatto che la didattica in presenza sia preferibile a quella a distanza: per bambini e adolescenti la scuola ha un valore aggregativo insostituibile, da preservare a maggior ragione in un periodo storico nel quale gli aspetti più preziosi della crescita, dalla pratica sportiva ai primi baci, sono diventati una minaccia per la salute pubblica. Ma altrettanto fondato è l’allarme di chi, a fronte della fortissima contagiosità della variante Omicron, teme fortemente che la ripresa delle attività scolastiche dia un’ulteriore spinta all’impressionante crescita dei casi che si è verificata durante le feste natalizie. Diciamo di più: è praticamente una certezza, solo mitigata dal fatto che questa forma di Covid sia meno aggressiva delle precedenti, perché comunque i grandi numeri di positivi rischiano di mettere in ginocchio il SSN.

Nessuna persona di buon senso fa il tifo per la dad, non i presidi che con determinazione hanno chiesto al governo di rinviare il ritorno in classe e nemmeno i presidenti di Regione che lo hanno deciso per conto loro, sconfessando clamorosamente Draghi proprio alla vigilia dell’elezione del Presidente del Repubblica. Il problema è che, per garantire il diritto alla scuola in presenza, si sarebbe dovuto fare qualcosa di concreto per creare dei presupposti di sicurezza.

Di fronte a problemi come il trasporto pubblico da potenziare sembriamo davvero impotenti

A meno che non si creda nel pensiero magico, capace di plasmare la realtà in base ai desideri, bisognerà prima o poi risolvere alcuni problemi che sono preesistenti al Covid, ma che con l’emergenza sanitaria sono esplosi in tutta la loro gravità: il sovraffollamento delle classi, l’insufficienza del personale, l’abolizione della medicina scolastica e soprattutto le carenze del trasporto pubblico, che rende vana qualunque misura preventiva non “solo” per gli studenti, ma anche per tutti i pendolari e in generali per gli utenti dei mezzi urbani.

La cosa più triste è che, dai banchi a rotelle ai litigi di questi giorni, in due anni ancora non si è mosso proprio nulla e quindi gli studenti che stanno protestando in varie scuole d’Italia (a partire dal liceo Manzoni di Milano) meritano tutta la solidarietà del caso, così come presidi, insegnanti, educatori, ATA e tutti i lavoratori di questo bistrattato comparto.

È invidiabile la determinazione con la quale sia il ministro Bianchi che il commissario Figliuolo definiscono la scuola “un luogo sicuro”: ovviamente speriamo che alla prova dei fatti abbiano ragione loro, perché sarebbe meglio per tutti. Auguri, quindi, ai decisori politici e a tutti coloro che per vari motivi da oggi riprendono la loro quotidianità scolastica. E, come recitava il titolo di un famoso libro dedicato proprio alle scuole “sgarruppate”, io speriamo che me la cavo.

 

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