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Culture
Storia di un aborto clandestino. Estratto da "La giravolta delle libellule"

Finalmente vidi nel buio l’edificio bianco dell’ospedale. Affrettai il passo, non ce la facevo più. Ero inquieta, i pensieri mi torturavano, dovevo far cessare il vortice che mi stava risucchiando. Preparai a mente il discorso che avrei fatto al medico: “Sono incinta. L’ho scoperto da… da qualche ora… da poco…ho fatto il test… il test di gravidanza e… sono corsa in ospedale… io non sono sposata… convivo… convivo con un ragazzo, stanotte non è a casa, è fuori per lavoro… i miei genitori vivono al Sud e non voglio che lo sappiano… laggiù hanno una mentalità… laggiù disprezzano certe cose… laggiù la famiglia è sacra… ma l’aborto è un diritto, vero? ho vent’anni posso decidere da sola… ora… io vorrei abortire subito, stanotte… lei mi deve aiutare, mi aiuti lei che è un dottore. Se continuo così… se non fa presto impazzisco e… e poi abortire è un mio diritto, vero?…” Poteva funzionare, ne ero certa, conoscevo bene il senso profondo di ciò che gli avrei detto, non ci sarebbe stata finzione nelle mie parole, il medico avrebbe sicuramente capito e mi avrebbe fatto abortire. 

La giravolta delle libellule ape
 

La porta di vetro dell’ingresso principale si spalancò automaticamente. Entrai e mi avviai alla reception. Un infermiere grasso e dall’aria sofferta, forse per via del camice striminzito che indossava, mi si avvicinò. 

“Prego. Ha bisogno di qualcosa? Dica pure.” 

Cercai di schiarirmi la voce e dissi: “Sì, ho bisogno di un medico, è urgente, sto male… sono incinta, devo abortire stanotte, altrimenti… devo abortire per non impazzire…” 

L’uomo spalancò gli occhi e rispose: “Ah, è urgente! Questa le sembra una cosa urgente? Lo sa che c’è gente che sta morendo mentre lei dice che deve abortire subito? Guardi che qua non facciamo pronto soccorso di questo genere. E poi perché dovrebbe abortire subito? Si sente poco bene, eh?” 

Avevo parlato già troppo, sentivo di non riuscire ad aggiungere altro, stavo crollando, ero sul punto di piangere. Sentivo che le cose mi scappavano via. Nelle parole dell’infermiere c’era disprezzo, cattiveria, e io non potevo permettergli di umiliarmi. Lottavo contro la mortificazione, cercavo di proteggermi. Scoppiai a piangere. 

“Non può parlarmi così. Io… ho camminato tanto stanotte… sono incinta. Sono venuta a piedi da Anìa… mi sento stanca, non ho sonno… non ho chiuso occhio stanotte e… e il mio fidanzato invece… di accompagnarmi in ospedale… è… è rimasto a letto e mi ha anche picchiata. Non è fuori casa per lavoro… è a letto che dorme, capisce? Sono a pezzi, mi aiuti, chiami un medico… io mi… muoio se continuo a star male in questo modo, impazzisco… non riesco a controllarmi, i pensieri mi vanno via… se ne vanno per conto loro… non riesco, io… a capire… mi aiuti la prego!” 

L’infermiere rimase immobile, l’espressione del suo viso diventava sempre più seria. 

“Si calmi. Ora le do un bicchiere d’acqua. Il reparto ginecologico è al quinto piano, ma a quest’ora purtroppo non può riceverla nessuno. Intanto si sieda, l’aiuto io, venga si sieda qui.” 

Mi asciugai le lacrime con le mani, l’uomo aveva messo da parte le sue scontrosità e improvvisamente si mostrava disponibile. Continuai a parlargli singhiozzando: “Crede che stanotte… che stanotte mi… me lo fanno l’aborto? Me lo faranno? Io non ce la faccio più, a che serve… ogni secondo della vita… a che serve andare avanti in questo modo?” 

L’infermiere appoggiò i gomiti sul tavolo e prima di rispondermi soffocò uno sbadiglio stringendo forte le labbra. 

“Non credo che potrà abortire stanotte, però. Sia ottimista, non si butti giù. Beva, le fa bene un po’ d’acqua. Ora le do un tranquillante. Si deve calmare, se i dottori la vedono in questo stato… lei signorina ha i nervi un po’ scossi.” 

Non avevo alcuna intenzione di prendere un calmante. Mi sarei potuta tranquillizzare soltanto abortendo, era l’aborto l’antidoto alla mia peggiore ossessione. Cosa avevo fatto? Come avevo potuto ridurmi in quello stato? Mi detestavo poi mi commiseravo, poi mi auguravo il male peggiore. 

L’uomo si alzò lentamente. Prese dalla cassetta dei medicinali una confezione di Lexotan e ne diluì qualche goccia in un po’ d’acqua. 

“Mandi giù, si fidi di me. Starà meglio. Questo serve, la rimette al mondo. L’aiuta a ragionare.” 

Presi il bicchiere e lo strinsi tra le mani poi lo ringraziai, ma appena si allontanò dandomi le spalle lo rovesciai tutto nel vaso di gerani che avevo accanto. Avevo paura che l’infermiere mi volesse avvelenare. (…) continua... 

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