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Culture
Fotografia, l’inferno del Kuwait negli scatti di Sebastião Salgado
Salgado - Spray chimici proteggono questo pompiere dal calore delle fiamme. Pozzi di petrolio, Greater Burhan, Kuwait, 1991.© Sebastião Salgado Amazonas ImagesContrast

di Simonetta M. Rodinò

 

Sebastião Salgado non è soltanto un grande fotografo, ma anche un grande uomo, da sempre dedito all’impegno sociale e al rispetto della dignità del singolo.

E’ nato in Brasile, una terra molto bella e lì ha imparato a vedere e amare le luci che lo hanno seguito sempre. “Sono cresciuto con le immagini di cieli carichi, trafitti dalla luce e queste luci sono entrate nelle mie fotografie”, si legge nella sua autobiografia “Dalla mia Terra alla Terra”.

Il 73enne artista ha voluto presentare personalmente a Milano la mostra “Kuwait. Un deserto in fiamme”, curata dalla moglie Lélia Wanick Salgado  e ospitata negli spazi di Forma Meravigli: 34 immagini di grande formato in bianco e nero raccontano, meglio delle parole, il più grande disastro ambientale nel mondo.

Guerra del Golfo, crisi Medio Orientale, anno 1991. La situazione è gravissima: in Kuwait i soldati iracheni incendiano i pozzi di petrolio.

Ricorda Mike Miller, uno dei pompieri canadesi inviati sul posto e personaggio più volte fotografato dall’artista: “ Mi sono occupato della gestione spegnimento dei 732 pozzi nel deserto.

Un periodo folle, caotico; non sapevamo da dove incominciare….era una forma di guerra che noi facevamo ...  più di 200 giorni per spegnere e contenere gli incendi e altri 2 anni per mettere in salvaguardia il territorio.

Eravamo in azione da un mese, dopo la fine della guerra, e ho incontrato Salgado. Un vero piacere poter lavorare con lui.  Poi ci siamo persi di vista, il territorio era enorme…e ci siamo ritrovati solo 25 anni dopo”.

“Non ho mai visto, né prima né dopo quel momento, un disastro innaturale così enorme; era come affrontare la fine del mondo, un mondo intriso di nero e di morte”, puntualizza Salgado. Che è stato ovunque, ha contemplato la terra dalle cime più alte agli abissi più profondi e crede fermamente che solo nella natura si ritrovi un po’ di libertà.

Perché fare questa mostra dopo 26 anni? Non ritenendo completo il lavoro svolto, ha deciso di ripresentare una selezione di quelle foto, ancora attuali, arricchendole con altri scatti mai esposti.

Bisogna guardarle queste immagini. In silenzio.

La fotografia è la sua vita, “specchio della società e testimonianza di quello che possiamo restituire alla società; è ciò che hai davanti che ti offre la possibilità di fotografare”, sostiene.

Dopo essersi occupato di ecomonia, dal 1973 si dedica alle immagini: degli indios e dei contadini dell’America Latina, della carestia in Africa, dei lavoratori nelle miniere…dell’umanità in movimento, non solo profughi e rifugiati, ma anche i migranti verso le immense megalopoli del Terzo mondo; oltre al progetto Genesi, una serie di reportage realizzati in otto anni e dedicati ai luoghi incontaminati del pianeta, in cui uomini e natura vivono in perfetto equilibrio. Omaggio d’amore al nostro fragile pianeta.

Lélia e Sebastião hanno creato nello stato di Minas Gerais in Brasile l’Istituto Terra che ha riconvertito alla foresta equatoriale - a rischio di sparizione - una larga area dove sono stati piantati 2 milioni di alberi di 200 specie diverse, ricostituendo un ecosistema che ha ridato la vita.

“Gli alberi sono i capelli del pianeta”, afferma Salgado. Che ancora oggi si chiede “troveremo il modo di affermare il diritto di esistere?”.

 

“Kuwait. Un deserto in fiamme”
Forma Meravigli -  Via Meravigli 5 - Milano

Fino al 28 gennaio 2018
Orari: tutti i giorni dalle 11.00 alle 20.00; giovedì dalle 12.00 alle 22.00; lunedì e martedì chiuso
Ingresso intero: 8 euro – ridotto 6 euro

Infoline: 0258118067

www.formafoto.it

Tags:
fotografia sebastião salgadosebastião salgado kuwaitsebastião salgado mostra
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