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Culture
Pop art/ La mostra a Parma: Italia sì, Italia no, Italia pop
domenico gnoli, reggiseno, 1964

Di Raffaello Carabini

“Da Cézanne in poi l’arte è diventata estremamente romantica e irrealista, si è nutrita di arte, si è trasformata in un’utopia. Ha avuto sempre meno a che fare con il mondo: guarda al di dentro... Ma fuori c’è il mondo. L’arte Pop guarda fuori, al mondo; mostra di accettare il suo ambiente, il che non è bene né male, ma soltanto segno di un atteggiamento diverso.ˮ È la dichiarazione di una poetica nuova, reazione al sempre più inafferrabile clima dettato dall’espressionismo astratto (sia quello “caldoˮ di Pollock e De Kooning, che quello “freddoˮ di Rothko e Still) ed esasperazione del concetto di vita che entra nell’arte già messo in campo dal New Dada di Rauschenberg e Johns. Siamo nel 1965 ed è Roy Lichtenstein a parlare.

La corrente, che avrà, oltre a Lichtenstein, come esponenti più famosi gli americani Andy Warhol e Claes Oldenburg, James Rosenquist e George Segal, e gli europei Errò e Gunther Haese, Allen Jones e Peter Blake, si sviluppò e toccò il suo vertice nei “favolosiˮ sixties, gli anni del grande balzo dell’economia mondiale verso il benessere e il welfare state per tutti, o quasi. In Italia, il cui fervore artistico di quegli anni non è più stato eguagliato in seguito, il momento di cesura avvenne in diretta televisiva. Protagonisti John Cage e Mike Bongiorno.

Il compositore della celebre “4:33ˮ (tempo durante il quale ogni concertista siede immobile davanti alla tastiera e al cronometro, ispirata a una serie di tele totalmente bianche di Robert Rauschenberg), a Roma per collaborare con l’allora avanguardistico Laboratorio di Fonologia della Rai, era presto rimasto senza una lira. Decise così di partecipare come esperto di funghi alla ricca Lascia o raddoppia? condotta dal presentatore finto-ignaro per eccellenza. Vinse cinque milioni e si esibì in “Water Walkˮ, “suonandoˮ in una totale cacofonia carnascialesca, oltre a un pianoforte scarsamente utilizzato, anche una vasca da bagno, un innaffiatoio, due radio, dei cubetti di ghiaccio, una pentola a vapore e un vaso di fiori. Il pubblico appaludì senza capire molto e Mike salutò il suo rientro negli USA con un sorridente: “lei va via e la sua musica resta qui, ma era meglio il contrario: che la sua musica andasse via e lei restasse quiˮ.

L’episodio, datato 1959, segna l’ingresso della vita di massa, con i suoi oggetti, i suoi simboli, la sua incombenza quotidiana dettata dal marketing, nell’arte d’avanguardia e presto nell’arte diffusa. In forme che da noi assunsero valenze molto disparate, dalle poetiche più diverse e le strategie di comunicazione più eteroclite, con rapporti ambivalenti nei confronti della politica e con modelli linguistici autonomi, con uno spacchettamento continuo di nuove motivazioni e un susseguirsi di invadenti luoghi comuni teorizzati come linguaggi che rimandano ad altro da sé.

La bella mostra Italia Pop. L’arte negli anni del boom, aperta a Mamiano di Traversetolo, a pochi chilometri da Parma, ce ne dà una carrellata effervescente e ricca, che definisce la “specifitàˮ italiana e insieme la dipendenza da matrici statunitensi e anglosassoni. Si va dal surrealismo premonitore di una “Piazza d’Italiaˮ di Giorgio de Chirico fino a uno dei post-apocalittici e bruciacchiati “Saccoˮ di Alberto Burri, riferimenti assoluti dell’approccio italiano alla contemporaneità, alla figurazione e all’oggetto. All’interno si sviluppa un percorso visuale che porta il visitatore al sorriso e al disappunto, al dubbio e alla discussione, al contraddittorio e alla meraviglia, in un susseguirsi di proposte differenti che vanno dalle visioni neo-dadaiste di Gianni Bertini che proponeva “Gridiˮ di lettere e numeri stampati, Mimmo Rotella e i suoi manifesti strappati, Fabio Mauri, rivoluzionario concettuale, alle riflessioni sui temi dello schermo e dell’oggettualità di Mario Schifano, Renato Mambor, Gianfranco Baruchello, dagli immaginifici milanesi Valerio Adami, Lucio Del Pezzo, Emilio Tadini, Antonio Fomez, ai “volatiliˮ torinesi Sergio Sarri, Aldo Mondino, Michelangelo Pistoletto, dai solidi romani Fabio Mauri, Giosetta Fioroni, Tano Festa, Franco Angeli, ai lirici toscani Roberto Barni, Adolfo Natalini, Gianni Ruffi, Roberto Malquori, dalla declinazione esplicitamente politica degli esponenti della “figurazione criticaˮ (Giangiacomo Spadari, Paolo Baratella, Fernando De Filippi) alle de-naturalizzazioni della natura di Piero Gilardi, agli animali in metacrilato di Gino Marotta, ai legni “paralleliˮ di Mario Ceroli, al “Reggisenoˮ di Domenico Gnoli, ai rimandi all’editoria (libro d’artista, poesia visiva) e alla discografia (copertine di LP).

Il tutto a ricreare il clima culturale di un “momento cruciale di svecchiamento, in chiave internazionale, della cultura italianaˮ.

Italia Pop – L’arte negli anni del boom

fino all’11 dicembre

Fondazione Magnani Rocca, via Fondazione Magnani Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma)

Orario: dal martedì al venerdì 10-18; sabato, domenica e festivi 10-19 (la biglietteria chiude un'ora prima); lunedì chiuso

Ingresso: € 10,00, valido anche per le raccolte permanenti e per la stanza dedicata a Monet; € 5,00 per le scuole

info: tel. 0521 848327 / 848148; fax 0521 848337; mail info@magnanirocca.it; sito www.magnanirocca.it

Tags:
pop art mostra parmaparma mostra pop art
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