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Culture
Adelphi, Colajanni firma il nuovo corso di Adelphi e ricorda lo zio-maestro

L'eredità di Adelphi dallo zio Calasso al nipote Colajanni

È stato il nipote 36enne Roberto Colajanni a ereditare la guida della casa editrice Adelphi, dove entrò nel 2011 da apprendista, quando alla guida c’era lo zio Roberto Calasso, scomparso nel luglio 2021. “Replicare ciò che ha fatto lui è impossibile”, è la rispettosa dichiarazione fatta da Colajanni che ricorda come lo zio divenne direttore editoriale di Adelphi nel lontano 1971. All’epoca Calasso aveva trent’anni.

Figlio di Vanna Calasso, islamista, e dell'antropologo Antonino Colajanni, Roberto Calasso nella memoria del nipote, ora direttore editoriale e amministratore delegato della casa editrice di via San Giovanni sul Muro, si rivela un personaggio carismatico e geniale.

Nel racconto intimo riportato da Paolo Di Stefano per il Corriere della Sera si intrecciano aneddoti familiari: dal divertito ricordo di quando, minorenne, riuscì a entrare al cinema a vedere Pulp Fiction grazie all’intraprendenza dello zio, fino al nostalgico pensiero rivolto alla nonna Melisenda, alla cui morte Colajanni associa l’inizio della sua passione per i libri, poiché furono tutti trasferiti nella sua stanza. “È stata questa la mia iniziazione alla letteratura e alla casa editrice, dettata dal caso e vissuta in segreto, quasi a mia insaputa”.

Da Calasso, Colajanni ha imparato a svolgere negli anni svariate attività: consulenze editoriali, lavoro sulle traduzioni, editing, responsabilità della collana gli Adelphi. Ricordarlo gli strappa un sorriso.

Adelphi, oltre ai libri, il cinema fu la passione comune di zio e nipote

Ma la complicità più intensa tra i due era legata alla comune passione per il cinema e per alcuni registi, come da Alfred Hitchcock e Max Ophüls. Le loro vite eranno spesso condivise, come in occasione delle festività trascorse insieme. Poi l’ingresso nella casa editrice, dopo la laurea e un periodo a Los Angeles per continuare gli studi. Il primo incarico da revisore di bozze, Colajanni lo definisce un “impatto traumatico”, lontanto dalla sua visione romantica della professione editoriale. Qualcosa cambiò, però, dal momento del suo coinvolgimento nel progetto Adelphiana, per il cinquantenario di Adelphi.

Adelphi, Colajanni direttore editoriale e AD, guarda avanti ma ricorda il passato

Da allora la storia è nota, ma negli ultimi mesi, presa in carico la responsabilità di guidare, anche se in collaborazione con Teresa Cremisi e con un gruppo collaudato, la casa editrice, Colajanni ha sentito su di sé la responsabilità di valorizzare ciò che aveva ereditato, ma allo stesso tempo la mancanza “pervasiva” dello zio-maestro. «Un maestro involontario, come Bazlen, ma di un genere completamente diverso. Quello che si imparava standogli accanto, lo si imparava quasi suo malgrado. Ricordo ancora un passo della Rovina di Kasch che mi colpì molto: "L'educazione ha questo di paradossale, che è fatta soprattutto di cose che non si possono imparare". Replicare ciò che ha fatto lui è impossibile, e questo dà euforia», ha spiegato al Corsera.

Una promessa, però, Colajanni la fa: pubblicare sempre e solo i libri che lo colpiranno e che saranno in linea con la filosofia della casa editrice, nel rispetto dell’approccio culturale che lo zio gli ha insegnato. "Lo stile è l'impronta di ciò che si è su ciò che si fa" diceva René Daumal. E noi continueremo a restare fedeli a "ciò che siamo".

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