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Economia
Piazza Affari non piace più, 111 delisting in 5 anni. Da Tod's a Luxottica

Piazza Affari, 111 delisting in cinque anni. Persi miliardi di euro di capitalizzazione

Storicamente, il nostro Paese è sempre stato deficitario per quel che riguarda la Borsa. I problemi sono diversi: dai padroni delle aziende quotate italiane che vogliono mantenere uno stile di vita lussuoso piuttosto che reinvestire nel loro business, a quelli che scelgono di finanziarsi tramite debito piuttosto che emettere azioni per non perdere quote di controllo, passando all'utilizzo pressoché inesistente del venture capital. 

Insomma, tutti elementi che determinano una sola verità: a fornire i liquidi necessari non è la Borsa. E nonostante questa visione sia carica di una buona dose di criticità, un trend in particolare avalla l'analisi: sempre più aziende stanno uscendo da Piazza Affari. 

E il delisting di Tod’s, brand rappresentativo della moda di lusso made in Italy, non è altro che l’ennesima riprova. Risulta ormai evidente che la Borsa italiana non ha più quell’appeal che spingeva i grandi player dell’industria nostrana a quotarsi per acquisire capitale e conquistare nuovi mercati.

È cosa sempre più frequente, infatti, che i grandi gruppi preferiscano altre vie in alternativa alla Borsa per crescere all’estero. Ebbene, secondo gli addetti ai lavori più esperti del mondo della finanza, una delle principali motivazioni è legata alle valutazioni di mercato.

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Negli ultimi anni, infatti, molte aziende italiane hanno visto il valore delle proprie azioni scendere a livelli ritenuti troppo bassi dagli azionisti di riferimento. Per questo, sempre più “padroni” considerano una buona idea riacquistare le azioni sul mercato a prezzi, dunque, scontati, e riprendere così il pieno controllo dell’azienda e proseguire il percorso di crescita al di fuori dei vincoli e delle pressioni tipiche della Borsa.

Rispettare i rigorosi obblighi di trasparenza richiesti e fornire al mercato informazioni dettagliate sulla propria situazione finanziaria e patrimoniale può, infatti, essere un aspetto piuttosto “pesante” da accostare alla già difficile gestione societaria.

Ma quali sono le altre vie, quindi, una volta usciti dalla Borsa, per crescere all’estero? In molti casi, l'operazione di delisting viene facilitata dall'intervento di fondi di private equity (come per Tod’s, il quale è supportato da L Catterton, partecipato dal gruppo Lvmh).

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Questi soggetti, infatti, possono essere molto comodi come partner per questo tipo di operazioni, in quanto sono solitamente disposti a fornire il capitale necessario per riacquistare le azioni delle società e, spesso, offrono anche strutture di consulenza strategica per supportare l'azienda nel suo percorso di crescita, sia sul mercato nazionale che all'estero.

Un altro aspetto importante da sottolineare è che, solitamente, i fondi di private equity non intervengono direttamente nella gestione dell'azienda, lasciando agli azionisti la libertà di prendere le decisioni strategiche in totale autonomia.

Ben 111 uscite da Piazza Affari in cinque anni

Comunque, l’uscita di Tod’s da Piazza Affari non è altro che l’ultima di una lunga serie. E un’analisi degli ultimi 5 anni può fornire una prova plastica di questo fenomeno. Solo nei primi sei mesi del 2024, infatti, sono uscite quattro società oltre a Tod’s: Pierrel, Softec, Renergetica e Cnh Industrial.

Non solo. Verso l'uscita da Piazza Affari è anche Saes Getters, guidata dal 2009 dall'Amministratore delegato Massimo Della Porta, tra i più pagati top manager italiani con una remunerazione monstre di oltre 7 milioni di euro l'anno. 

Guardando all’anno scorso, invece, nel 2023 i delisting sono stati ben 26, con uscite dal calibro di Autogrill e DeA Capital. Nel 2022, invece, i delisting sono stati 20. Tra questi, da ricordare l’uscita di Exor (la holding d’investimento della famiglia Agnelli-Elkann, a capo della Juventus e di Stellantis), Banca Carige, A.S. Roma e Falck Renewables.

Tornando indietro, anche il 2021 è stato protagonista di una carrellata di delisting (22). Figura, ad esempio, quello di Ima, holding della famiglia Vacchi, e quello di Credito Valtellinese. Nel 2020, invece, le uscite sono state 15, tra Gedi, Banco di Sardegna e Ubi Banca.

Infine, nel 2019, a lasciare Piazza Affari sono state diversi colossi come Luxottica e Parmalat, ma non solo. A essersi “delistate” sono infatti state anche Damiani e Italianonline, per un totale di 23 uscite. Nel giro di cinque anni, dunque, Piazza Affari ha perso ben 111 aziende, le quali hanno scelto di privatizzarsi o, semplicemente, quotarsi su altri mercati.






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