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Esteri
"Afghanistan, il ritiro delle truppe non rappresenterà un troncamento netto"
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Le missioni militari non possono durare in eterno. Questo il senso dell’annunciato ritiro delle truppe NATO dall’Afghanistan: dopo una permanenza durata vent’anni, da quel fatidico 7 ottobre 2001 in cui prese avvio la missione “Enduring Freedom”, con lo scopo di debellare la rete di Al Qaeda responsabile degli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono.

L’inizio di un nuovo capitolo”, ha affermato il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg, che dia finalmente modo al popolo afghano “di costruire una pace sostenibile”. Affaritaliani ha intervistato sul tema l’ambasciatore Francesco Maria Talò, Rappresentante Permanente dell’Italia presso il Consiglio Atlantico.

Ambasciatore, è reduce da un’importante missione in Afghanistan. Quale atmosfera si è respirata in questi giorni?
"La missione è stata molto intensa, alla vigilia di decisioni storiche prese a Washington e a Bruxelles. Voglio subito precisare come e quanto abbia constatato, di persona, il profondo apprezzamento e la gratitudine per l’Italia, confermati nell’ambito di una lunga serie di incontri: dall’ex Presidente Hamid Karzai al Presidente dell’Alto Consiglio per la Riconciliazione Nazionale Abdullah Abdullah, il Vice Presidente, il Ministro degli Esteri e altri esponenti del Governo di Kabul fino a un coraggioso gruppo di donne che detengono responsabilità significative nel Paese. Ecco, in quanto all’atmosfera, posso dire che in un ventennio si sia visto cambiare molto questo territorio, trasformandolo dall’Afghanistan del dopo 11 Settembre in un’alternativa possibile. Possibile e almeno in parte realizzata. Certo non è ancora abbastanza ma gli incontri con la rappresentanza femminile di cui dicevo prima, nel contesto precedente sarebbero stati impensabili".

Il nostro Paese ha un legame particolare con l’Afghanistan?
"Certamente sì, e mi piace ricordare come proprio quest’anno si celebri il centenario delle relazioni diplomatiche fra l’Italia e l’Afghanistan. I rapporti fra Nazioni vanno sempre inseriti in un contesto più ampio di quello meramente geografico e della cronaca: pur distante, sia sul planisfero sia in termini di manifestazioni culturali, il nostro Paese è da sempre fra quelli europei più solidalmente vicini e cooperanti con l’Afghanistan. È bene sottolinearlo".

Negli anni 2011-2012, lei era stato Inviato Speciale del Ministro degli Affari Esteri per l’Afghanistan e il Pakistan. Com’è cambiata, nel tempo, la presenza militare alleata?
"Quello del cambiamento è un concetto fondamentale, che segna una transizione: transizione che c’è stata, e ci sarà anche con il ritiro delle truppe, senza però voler marcare un taglio netto o un troncamento dei rapporti. Le parole d’ordine sono cambiamento e continuità. Muterà la forma, nel senso che non ci sarà più una presenza fisica sul territorio, nondimeno l’impegno per continuare a far crescere questo Paese, nel rispetto dei Diritti e della Libertà, non verrà meno. Facciamo un po’ di cronologia. Eravamo partiti con l’ISAF (International Security Assistance Force), missione della NATO autorizzata dall’ONU, di sostegno al Governo afghano nella lotta contro i Talebani e Al Qaeda. Nel 2011, il contingente militare NATO sul territorio superava i 100.000 uomini, di cui oltre 4.000 Italiani. Oggi, passati altri dieci anni, le forze impegnate nella missione RSM (Resolute Support Mission, iniziata nel 2015) si sono ridotte a meno di un decimo, di cui circa 850 militari italiani. Che cosa significa questo? Significa che nel tempo le forze afghane hanno imparato a fare molto di più, permettendo al nostro contingente NATO di garantire gli obiettivi della missione con un numero via via inferiore di uomini. In questi vent’anni è cresciuta una nuova generazione di Afghani e, con essa, anche una forza di sicurezza afghana, che prima non esisteva. Il tema della formazione è un altro concetto fondamentale: abbiamo fatto in modo che le forze afghane potessero crescere in capacità ed efficacia, per giungere finalmente al momento – questo – in cui assegnare loro il presidio e la sicurezza di questa Nazione. Un tema su cui più volte ho avuto modo di confrontarmi con il Generale statunitense Scott Miller, Comandante della missione RSM, nonché recentemente a Kabul con il Vice Comandante, il nostro Generale Nicola Zanelli".

Stante quanto annunciato sia dal presidente Biden sia dalla NATO, il ritiro delle truppe avverrà gradatamente, a partire dal 1° maggio, per concludersi entro l’11 di settembre. Una data simbolo, spartiacque della storia, che rappresenta anche il motivo per cui si è deciso di andare in Afghanistan, e di rimanervi vent’anni...
"Proprio così. Quel tragico martedì 11 Settembre del 2001 mi trovavo a New York. Ho sentito l’odore acre di bruciato che pervadeva l’aria, ho visto le Torri Gemelle ferite e poi le ho viste crollare, ho vissuto in prima persona l’evacuazione dall’edificio in cui mi trovavo. Fu proprio nello spirito di quello che venne percepito come un attacco a tutti che, unica volta nella Storia della NATO, si decise di invocare l’articolo 5 del Trattato di Washington. La cui traduzione spiccia significa sostanzialmente “tutti per uno, uno per tutti”: perché, occorre sempre rammentarlo, siamo andati in Afghanistan al fine di sradicarvi il terrorismo, evitando che il Paese si trasformasse in una specie di porto sicuro da cui far partire nuovi attacchi contro l’Occidente. In effetti da allora, da quando abbiamo iniziato la nostra presenza, non abbiamo più subito attacchi e Al Qaeda si è estremamente indebolita".

(Segue....)

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