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Esteri
Coronavirus, le tre lezioni che l'Italia (non) imparerà

Fiumi di parole, spesso al vento. L'Italia non ha dato grande prova di lucidità e razionalità in materia di coronavirus, né prima e né dopo che l'emergenza arrivasse sul suo territorio. Dal blocco dei voli al metodo di conteggio dei casi fino alle paure per i barconi dall'Africa, i casi in cui i politici (di maggioranza e di opposizione), i media e persino gli scienziati italiani hanno fatto autogol ormai si sprecano. 

LEZIONE NUMERO UNO: IL BLOCCO DEI VOLI

Partiamo dal blocco dei voli. Il governo Conte è stato il primo in Europa a chiudere i collegamenti aerei diretti con la Cina. Una misura la cui utilità è oggetto di dibattito tra gli esperti e che ha creato più di un dubbio, anche per l'impossibilità di tracciare gli arrivi indiretti (cioè tramite scalo in un aeroporto terzo). Nel blocco dei voli deciso dall'Italia è coinvolta (unico caso al mondo) anche Taiwan, che al momento conta una trentina di casi, meno di un decimo di quelli presenti in Italia. E dal 21 febbraio chi arriva in Italia dalla Cina o da Taiwan deve osservare una quarantena di 14 giorni.

Stessa cosa che ora succede per gli italiani che vanno in Cina (quantomeno a Pechino o in altre città) e a Taiwan. Sono in realtà moltissimi i paesi che hanno introdotto restrizioni per i viaggi dall'Italia, diversi governi hanno del tutto escluso la possibilità di ingresso. Il governo Conte, che rivendicava con orgoglio le misure "più drastiche d'Europa", ora si lamenta: "Sarebbe ingiusto che arrivassero limitazioni da parte di stati esteri. Non lo possiamo accettare. I nostri concittadini possono partire sicuri, per loro e per gli altri".

LEZIONE NUMERO DUE: LO SPETTRO DEI BARCONI

Prima che l'epidemia facesse ufficialmente capolino anche in Italia, le forze dell'opposizione si erano invece concentrate a richiedere la sospensione di Schengen e la chiusura dei porti, paventando il rischio che a bordo dei barconi di migranti potessero arrivare contagiati, a causa della "scarsa situazione sanitaria in Africa". Richieste che, soprattutto la seconda visto che la sospensione di Schengen ora la chiedono gli altri paesi (ma per tenere fuori gli italiani), sono proseguite anche negli scorsi giorni. Peccato che, al momento, dei quattro casi di coronavirus finora confermati in Africa due riguardino cittadini italiani. Uno in Algeria e uno in Nigeria.

LEZIONE NUMERO TRE: IL CONTEGGIO DEI CASI

La terza polemica è invece materia da scienziati o da esperti in materia sanitaria. Eppure è sfociata anche in valutazione politica. Nelle scorse settimane, in molti hanno attaccato la Cina per aver modificato più volte il metodo di conteggio dei casi, sostenendo che il governo di Pechino tenesse nascosta la verità o barasse. Una tesi ripetuta più volte da illustri e celebrati virologi sui social, o da diversi politici, per lo più dell'opposizione. Ebbene, ora anche l'Italia ha cambiato il metodo di conteggio dei casi. Si è deciso di attendere la conferma dell'Istituto Superiore di Sanità prima di comunicare l'avvenuto contagio, mentre prima bastavano le indicazioni delle singole regioni. Alcuni esperti questa è la strada giusta, per esempio Walter Ricciardi (membro dell'Oms scelto come consulente dal governo), per altri invece no, come Massimo Galli dell'Ospedale Sacco di Milano.  E poi si è detto di comunicare solo il numero di morti e dei casi gravi, come chiarito da Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani di Roma: "Si sta lavorando affinché vengano comunicati solo i casi clinicamente rilevanti, ovvero i pazienti in rianimazione o morti, come avviene negli altri Paesi del mondo. I positivi ai tamponi fatti per qualsiasi altro motivo andranno in una lista separata". Non solo. I tamponi, già da qualche giorno, vengono eseguiti solo su chi presenta sintomi. Insomma, abbiamo criticato la "censura del regime" e poi ci siamo accorti che più che censura era adattamento a un'emergenza sanitaria nella quale un po' tutti stanno commettendo errori e cercano poi di correggerli.

Morale finale: la famosa, quasi mitologica, "responsabilità" richiesta da Sergio Mattarella, presidente della Repubblica e supplente in servizio continuo della diplomazia italiana, si fa fatica a vederla. E magari, prima di fare speculazione politica, bisognerebbe pensare che la ruota gira.

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