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Esteri
Droni militari italiani in mano alla Cina. Quanto è debole questo golden power

Italia-Cina, le maglie larghe del golden power 

Forse il golden power non è così potente. Anzi, le larghe maglie di norme e regolamenti consentirebbe di fare affari d'oro anche su settori ritenuti sensibili e strategici dal governo italiano. Lo dimostrerebbe la vicenda della Alpi Aviation, un'azienda di droni italiana che sarebbe stata acquistata da Mars Information Technology, una società con base a Hong Kong ma che secondo diverse fonti sarebbe in ottimi rapporti con il governo cinese. Come spesso accade, infatti, la commistione tra settore privato e settore pubblico, nonché tra settore civile e settore militare, è fortissima nella Repubblica Popolare. Un esempio di shopping strategico che diventa emblematico e sul quale, secondo Reuters, il governo Draghi starebbe preparando contestazioni formali alle entità cinesi.

La vicenda è diventata un vero e proprio intrigo internazionale, visto che ne parla in prima pagina anche il Wall Street Journal. Tutto è cominciato ad agosto, quando la Guardia di finanza di Pordenone ha avviato le indagini sull'azienda italiana per presunta violazione della legge sulla movimentazione di materiali di armamento e possibili violazioni della normativa cosiddetta "golden power" che tutela le aziende italiane strategiche. L'azienda in questione produce droni militari, aeromobili e veicoli spaziali. Una vicenda particolarmente delicata visto che l'azienda produce sistemi U.A.V. "Unmanned Aerial Vehicle" di tipo militare e certificati per gli standard Nato. Un acquisto che più di ragioni di investimento avrebbe dunque avuto prettamente scopi di acquisizione di know-how tecnologico e militare, con il trasferimento della struttura produttiva nei pressi di Shanghai. Tutto con operazioni per le quali non sarebbe stata preventivamente chiesta l'autorizzazione ai ministeri italiani, secondo quanto sostiene la Finanza.

Droni italiani acquisiti da un'azienda cinese riconducibile a entità statali

Alpi Aviation si era difesa con vigore alla notizia dell'avvio delle indagini: "La società che rappresentiamo nega con fermezza che nella sua condotta si debbano ravvisare violazioni delle norme a tutela del 'Golden Power' e alla legislazione che regolamenta il trasferimento di informazioni strategiche o di tecnologia al di fuori del territorio nazionale" e "si riserva ogni azione a tutela della propria immagine. Per quanto attiene alla cessione delle quote della società, la stessa è avvenuta in modo trasparente, con riferimento al reale valore dell'azienda e nel rispetto della normativa fiscale". Nello stesso comunicato i legali avevano espresso "sconcerto" per la diffusione di notizie da parte della Guardia di Finanza, che anticipano "in maniera impropria valutazioni e conclusioni in merito a un procedimento penale ancora in fase di approfondimento istruttorio". 

Ma secondo quanto emerso dalle indagini, Mars Technology sarebbe riconducibile a China Corporate United Investment Holding (CCUI) e CRRC Capital Holding. Fino ad arrivare, secondo Reuters, a entità statali, visto che i due gruppi riporterebberodirettamente alla società pubblica Management Committee of Wuxi Liyuan Economic Development Zone e alla SASAC, la Commissione per la supervisione e l'amministrazione dei beni di proprietà dello Stato. Secondo quanto riferiscono a Reuters tre fonti a conoscenza del dossier, l'esecutivo ritiene che l'operazione dovesse essere oggetto di preventiva notifica in base alla disciplina sui poteri speciali a presidio degli asset strategici.

Il governo Draghi e la retromarcia sulla Cina da 

Al termine dell'istruttoria, il governo Draghi potrebbe imporre sanzioni arrivando anche a cancellare l'acquisizione. Si tratterebbe di un nuovo colpo ai rapporti tra Roma e Pechino. D'altronde è significativo seguire la cronologia. L'acquisizione è datata 2018, vale a dire un anno prima della firma del memorandum of understanding che ha segnato l'adesione italiana alla Belt and Road Initiative di Pechino. Con il governo gialloverde si è segnato il momento di massima vicinanza tra Italia e Cina. Già il Conte bis ha avviato la retromarcia, allargando il golden power sulle telecomunicazioni imponendo un ban di fatto sulla tecnologia cinese del 5G. Con Draghi questa retromarcia è diventata ancora più drastica, col golden power utilizzato anche per impedire la cessione di una quota di maggioranza della Lpe, un'azienda di semiconduttori di Baranzate, e quella dei furgoni Iveco alla casa automotive cinese Faw. 

Come racconta il Wall Street Journal, la vicenda dei droni dimostra comunque la facilità con la quale Pechino è in grado di aggirare i labili controlli da parte europea verso acquisizioni volte a estrapolare tecnologie sensibili e di interesse strategico. D'altronde la stessa situazione è presente anche negli Stati Uniti. Un recente report ha dimostrato che l'esercito cinese si sta rafforzando sul campo tecnologico e dell'intelligenza artificiale anche grazie all'aiuto indiretto degli stessi Stati Uniti, in particolare sfruttando attrezzature importate proprio da aziende americane. Altro che decoupling tecnologico, insomma, Cina e Usa sono ancora intersecate molto più di quanto non si pensi. Tanto che talvolta l'ammodernamento militare cinese avviene sfruttando componentistica statunitense.

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