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Esteri
Nuove sanzioni da Usa e Ue? Intanto l'Iran fa il record di export di petrolio
Iran

Iran, nuove sanzioni ma record di esportazioni di petrolio

"È molto importante fare tutto il possibile per isolare l'Iran", ha dichiarato il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, poco prima che l'Unione Europea predisponesse nuove sanzioni contro Teheran dopo l'attacco dei giorni scorsi contro Israele, una risposta al raid contro il consolato iraniano in Siria dello scorso 1° aprile, in cui sono state uccise 13 persone. 

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L'Ue ha già in atto un'ampia gamma di misure che prendono di mira l'Iran per violazioni dei diritti umani, attività di proliferazione nucleare e sostegno militare alla Russia. Ma ora è in arrivo un inasprimento, di cui si parla tra Bruxelles e Capri dove è in corso la ministeriale degli Esteri del G7. Al di là del merito della decisione, la domanda è: le sanzioni stanno funzionando o funzioneranno?

La risposta, come già accaduto sulla Russia, appare non facile. Proprio oggi, il Financial Times scrive che l'Iran sta esportando più petrolio che mai proprio ora, a livelli più alti degli ultimi sei anni, cioè da quando i rapporti con l'occidente sono nuovamente precipitati durante l'era Trump. Nei primi tre mesi del 2024, infatti, Teheran ha venduto una media di 1,56 milioni di barili al giorno. Si tratta del livello di esportazioni più alto dal terzo trimestre del 2018. La grande maggioranza dei barili è stata esportata in Cina, ma non solo. 

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Il successo dell'Iran nell'esportazione del suo petrolio greggio sottolinea le difficoltà che Stati Uniti e Unione Europea stanno affrontando nel tentativo di aumentare la pressione su Teheran, che ogni anno ricava ancora circa 35 miliardi di dollari dall'export di petrolio. Secondo un report di Vortexa, le dimensioni della flotta utilizzata dall'Iran per il trasporto di petrolio sono cresciute di un quinto nell'ultimo anno, arrivando a 253 navi.

Non è tutto. Il numero di superpetroliere che trasportano fino a 2 milioni di barili di petrolio è raddoppiato dal 2021 a oggi. Numeri che testimoniano una capacità elevata di ovviare agli effetti delle dure sanzioni imposte dall'amministrazione Trump e che i repubblicani statunitensi accusano l'amministrazione Biden di non applicare con abbastanza rigore.

Non è d'altronde un mistero che il presidente americano avrebbe voluto riportare Teheran al tavolo per un possibile nuovo accordo sul nucleare dopo quello raggiunto dal suo predecessore Barack Obama. Missione fallita. Il canale del dialogo non è mai stato del tutto riavviato e l'attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre e la durissima risposta contro Gaza hanno pregiudicato le residue possibilità di comunicazione.

Sanzioni: effetti economici e dubbi strategici

Gli Stati Uniti avrebbero recentemente iniziato a prendere di mira singole petroliere sospettate di trasportare greggio iraniano, sanzionandone due a febbraio e altre 13 ad aprile. Ma l'impatto sulle esportazioni di Teheran è stato finora "minimo", mostrando dunque una capacità limitata di avere un impatto in materia da parte di Washington.

"Oggi possiamo esportare petrolio ovunque vogliamo, e con sconti minimi", ha dichiarato qualche settimana fa il ministro del petrolio iraniano Javad Owji. Tanto che viene da chiedersi quanto possono essere efficaci le nuove sanzioni. Come nel caso di Mosca, l'isolamento da parte occidentale dell'Iran potrebbe semmai legare Teheran ad altri paesi più di quanto non sia già adesso.

Basti guardare alla Russia, che ha aumentato in modo esponenziale le sue esportazioni di petrolio e gas non solo verso la Cina, ma anche verso l'India, che gli Usa vedono come un potenziale alleato a livello strategico. Lo stesso Iran mantiene relazioni molto profonde sia con la Cina sia con l'India e procedere sulla strada dell'isolamento potrebbe aumentare la dipendenza di Teheran dai grandi paesi asiatici.

Non è un caso che in Europa ci sia qualche scettico, in primis tra quei paesi che vedevano un rilancio dell'accordo sul nucleare come la strategia migliore per fermare la proliferazione. Senza contare il fatto che molti ritengono che un'applicazione eccessivamente aggressiva delle sanzioni potrebbe colpire la stabilità del mercato del petrolio e di conseguenza i suoi prezzi.

Certo, come sottolinea il Financial Times, l'impennata della produzione di shale oil nell'ultimo decennio ha reso gli Stati Uniti il più grande produttore mondiale e ha permesso a Washington di essere più aggressiva con le sanzioni sugli altri esportatori di greggio. Lo dimostrano le sanzioni contro il Venezuela appena reintrodotte. Ma permane il timore di una spinta inflazionistica che sarebbe il peggior biglietto da visita possibile per Biden in vista delle elezioni presidenziali del prossimo novembre.

E c'è di più. Il timore di alcuni è che un totale isolamento del'Iran possa produrre, al di là degli effetti economici, anche maggiori rischi strategici per una maggiore saldatura dei rapporti dell'Iran con Russia e Cina, tra gli altri. 

 






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