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Giappone, dieci anni da Fukushima: com'è cambiato il nucleare in Asia
(fonte Lapresse)

Giappone, che cosa è successo a Fukushima dieci anni fa 

11 marzo 2011, 14.46 ora locale: la terra trema al largo delle coste nordorientali del Giappone. Un terremoto di magnitudo 8.9, con epicentro in mare, fa innalzare le acque di oltre dieci metri, generando uno dei peggiori tsunami della storia. Le onde arrivano fino a dieci chilometri nell’entroterra e con una forza devastante non lasciano indietro nulla: città, villaggi e abitazioni. Tutto diventa fango e detriti. Il bilancio è impressionante: almeno 19mila morti, più di 4mila dispersi, 130mila sfollati e 332mila edifici distrutti. Ma non è tutto. Con un effetto domino, il maremoto sommerge i reattori nucleari della centrale di Fukushima, e con la complicità dei guasti al sistema di raffreddamento, si genera un’esplosione che provoca fughe di materiale radioattivo. Chernobyl 1986, Fukushima 2011, la “fusione del nocciolo” raggiunge il medesimo livello, ovvero il sette: il massimo della scala di misurazione. Uno stadio troppo alto, che costringe oltre 120mila persone ad abbandonare le proprie case. 

L'INTERVISTA DI AFFARI AL PROFESSOR MARCO RICOTTI (POLITECNICO DI MILANO)

Nucleare, a dieci anni da Fukushima. “Tra le fonti energetiche più sicure”

Nucleare, l’impatto post Fukushima su Giappone e Asia 

Per un paese privo di risorse naturali dove, fino a prima dello scoppio, il nucleare generava il 30% dell’elettricità dai suoi reattori, valutare alternative energetiche all’atomo diventa una priorità fondamentale. Così Tokyo, sulla scia degli eventi, apre alla fase post Fukushima, con un depotenziamento generale del nucleare, che porta ad oggi alla tenuta di solo 9 reattori su 54, l’incremento delle forniture di gas naturale, carbone, petrolio e fonti rinnovali. Un cambio di rotta radicale che ha portato il Giappone, in soli dieci anni, secondo quanto riportato dall’International Energy Agency (IEA) a “progressi visibili verso un sistema energetico efficiente, resiliente e sostenibile”.

Ma per raggiungere l’obiettivo di neutralità carbonica entro il 2050, annunciato dall’attuale premier Suga Yoshihide durante il suo primo discorso politico d’insediamento, la strada è ancora lunga. Sempre secondo l’IEA, almeno nel breve e medio termine riavviare i reattori potrebbe essere la soluzione per accelerare verso il calo delle emissioni e centrare l’ambizioso obiettivo. 

Ma se da una parte il Giappone frena, l’altro big dell’Asia orientale, la Cina, corre. Tra il 2018 e il 2019, secondo i dati IEA, Pechino ha registrato un aumento del 50% della capacità di impianti nucleari installati, ospitando il 20% dei nuovi siti di produzione nel mondo. Inoltre, nel 2020, seppur si sia mancato l’obiettivo dei 58 GW di capacità installata, il lancio del nuovo target, fissato al 2025, è salito a 70 GW. Secondo Brent Wanner, a capo del World Energy Outlook Power Sector Modeling & Analysis presso l’International Energy Agency (IEA), la Cina entro un decennio “disporrà della più grande flotta nucleare del mondo”.

Di contro, la vicina Corea del Sud, seppur nel 2019 secondo i dati della Energy International Administration sia stata il quinto produttore di energia nucleare al mondo, a oggi punta alla dismissione di dieci reattori entro il 2038. Passando così dai 24 attuali a 14 futuri. Sulla stessa scia anche il governo di Taiwan, il quale nel 2019 ha ribadito la volontà di abbandonare il nucleare. Decisione che però appare controversa, alla luce dei risultati del referendum del 2018, nel quale i cittadini si erano espressi a suo favore. 

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