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Pina Napolitano, la pianista che suona la grande poesia russa
foto di Leonardo Onetti Muda

La poesia russa sta attraversando una nuova stagione di fulgore in Italia con la pubblicazione di due autori considerati ormai «classici» del Novecento: la raccolta Quaderni di Mosca di Mandel’štam a cura di Einaudi e gli Ultimi versi di Marina Cvetaeva per i tipi di Voland.

Due opere di grande rilievo: la prima perché raccoglie le liriche pubblicate dagli anni ’30 e che rappresentano, quindi, la maturità artistica del poeta, la seconda per i suoi risvolti biografici e umani, proponendo per la prima volta al lettore italiano tutte le scarse - e scarne - poesie scritte dal 1938 all’epilogo tragico del suicidio nel 1941.

La magia – o l’inopinata casualità -  è che la traduzione e la proposta agli editori del progetto vengono da una valente studiosa di letteratura russa che è, al tempo stesso, un’affermata concertista: Pina Napolitano, che Affaritaliani ha intervistato. 

Cominciamo da lei: non è comune incontrare una professionista che si impone con talento e successo in due ambiti diversi come la musica e la letteratura…

Sono nata con due anime e ho cominciato a suonare il pianoforte a 4 anni prima di iniziare a scrivere e poi non ho mai separato queste due cose, lavorando tantissimo, una vita totalmente dedicata, sfruttando ogni momento libero per occuparmi di entrambe  in maniera professionale.

Mi sono laureata prima in Filologia Classica e poi di nuovo in Lingue e culture dell'Europa Orientale all'Orientale a Napoli, continuando con il dottorato all'università di Tor Vergata a Roma. Nel frattempo, suonavo sempre e mi sono diplomata presto, a 19 anni, perfezionandomi successivamente con Bruno Mezzena.

A quel punto mi sono dovuta decidere: uno dei due doveva diventare il mio lavoro "ufficiale" e allora ho iniziato a insegnare al Conservatorio, perché mi piace il rapporto individuale con gli allievi e anche perché mi consentiva di avere dei momenti di congedo artistico per tournée e concerti, e l’università non me l’avrebbe permesso.

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Però allo stesso tempo ho pensato che avrei potuto continuare a occuparmi di letteratura, a scrivere, tradurre, anche senza lavorare in un ambito universitario. Con il privilegio di poter coltivare gli interessi che mi piacciano davvero, senza scadenze.

Da che cosa nasce il suo interesse per la letteratura russa?

Leggevo i classici russi a 14 anni in traduzione. Mi colpiva la vicinanza alla cultura europea, ma allo stesso tempo la diversità, l’essere un ponte con la tradizione dell'Oriente, bizantina, che avevo studiato occupandomi di greco classico e tardo-antico. E’ stata come la continuazione di questo percorso. 
  
Che cosa vuol dire davvero fare il traduttore, e di poesia in particolare?

La traduzione poetica è per sua natura, in senso stretto, impossibile. Ma è anche una sorta di dovere, molto frustrante e che non si può mai assolvere del tutto, eppure bisogna farlo. Mi chiedo chi sarei oggi se non avessi letto a suo tempo in giovane età i poeti stranieri, non solo russi, in traduzione.

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Sia Mandel’štam che Cvetaeva sono come ci si può aspettare, estremamente difficili da tradurre, per motivi in parte diversi: Mandel’štam per la stratificazione, la combinazione e la dissezione dei singoli contrassegni semantici di ogni parola, e per la sua manipolazione e trasformazione dello strato idiomatico della lingua russa; Cvetaeva per il legame strettissimo tra suono e senso, che fa della paronomasia uno dei principi cardine della sua poetica. 

Gli Ultimi versi della Cvetaeva sono, più che un testamento, un lacerante commiato dalla vita…

Intanto devo dire che sono felice che abbiamo potuto pubblicare per la prima volta in Italia la raccolta per intero degli ultimi tre anni. In queste ultime liriche, sempre più scarne e rade, si intravede una parallela atrofia della vita. Una vita, certo, molto difficile per la miseria, l'immigrazione, le minacce, la deportazione e, ovviamente, in queste circostanze anche la poesia sembra tacere.

In effetti, tutte le poesie sono come un lento commiato. Del suicidio ne aveva parlato moltissimo, come testimonia anche il figlio nei diari e poi lei stessa nei Taccuini dove scrive testualmente: "io misuro come un vestito la morte."  Anche se le poesie sono più scarne, c’è sempre alle spalle un grande lavoro redazionale, di finitura. La sua è una religione della parola, suo strumento di lavoro. Anche nelle traduzioni, che faceva per mantenersi, c'era la stessa attenzione e ricerca. Quando metteva nero su bianco una parola non era mai casuale, ma sempre ricercata e lavorata fino all'ultimo. 

Che cosa accomuna poesia e musica?
 
La poesia - quella vera  - è nella mia percezione in primo luogo una esperienza intellettuale, di costruzione e decostruzione di significati complessi. Non si tratta di vaghe impressioni. È un tipo di grammatica, se vuole, molto precisa, che tocca quello che non è verbalizzabile completamente nella lingua di tutti i giorni. In questo senso è una sfida intellettuale, della semantica, cioè del rapporto tra la parola e il senso. E così è anche la musica che è il margine superiore di questa sfida, il limite delle arti verbali, come una semantica non verbalizzata. Al contrario di quello che potrebbe sembrare, nella poesia gli aspetti strutturali sono molto più importanti che nella prosa.   
 
Lei è stata più volte in Russia, che rapporto c’è con la poesia e i poeti?

Dal 2002 al 2014 sono stata in Russia tutti gli anni, anche se da allora non ci sono più tornata. Permane un grande e vivo interesse per questi autori che sono diventati dei grandi classici, come la Cvetaeva, Mandel’štam, ora pienamente riabilitati. I russi citano a memoria poesia di tutti i tipi, è tenuta in molto maggiore considerazione che qui da noi o in altre parti del mondo.

Ha ripreso l’attività concertistica? 

Sì, per fortuna la programmazione dei concerti è ripartita. Pensi che l’ultimo in Italia lo feci proprio a Milano con l'Orchestra La Verdi all'Auditorium suonando il concerto di Schoenberg. Era  il 17 febbraio 2020, due settimane prima del lock-down.
 

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