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Politica
Il Pd anticipa le primarie, ma l'agenda Letta sovrappone congresso e regionali

Alle regionali lancia due candidati di sinistra, mentre al congresso sono favoriti i "riformisti": il Pd è sempre più Giano Bifronte
 

Il Pd anticipa il congresso, ma non di troppo: invece che il 12 marzo, il successore di Letta sarà eletto il 19 febbraio. A cotanto risultato si è arrivati nel corso di un'assemblea nazionale che ha chiaramente evidenziato la criticità della sovrapposizione con le elezioni regionali nel Lazio e in Lombardia, che salvo colpi di scena si terranno il 12 febbraio. Nello stesso giorno è in agenda la conclusione del percorso che porterà gli iscritti al Pd a selezionare i due candidati che andranno alle primarie del 19 febbraio, aperte a tutti. Insomma, la campagna per il congresso Dem si intreccerà con quelle dei candidati in Lazio e Lombardia, ma anche con i congressi locali, a riprova del fatto che Letta non ha un buon rapporto con le agende. Che sia quella di Draghi o la sua personale, cambia poco.

Eppure, non si può dare tutta la colpa al segretario dimissionario, visti i 553 voti favorevoli (con 21 contrari e 36 astenuti) che hanno approvato la sua revolucciòn dello statuto. Però persino tra chi ha votato a favore si mugugna sul fatto che, se la road map doveva comunque essere così macchinosa, tanto valeva lasciare le primarie e marzo e non complicare in questo modo le due sfide regionali, già difficili per loro conto.
 

I nodi politici: il posizionamento e il mancato congresso "a tesi"

Oltre al pasticcio organizzativo, sono forieri di confusione anche i riflessi politici della scelta. Con le candidature designate nel Lazio (D'Amato) e in Lombardia (Majorino), il Pd ha chiaramente spostato la barra verso sinistra, con personalità capaci di intercettare consensi anche fuori dal perimetro Dem e in particolare nell'elettorato del M5S. Il congresso, che appunto si svolgerà in contemporanea, vede invece nettamente favorita l'altra componente, ovvero quella centrista (che ultimamente ama autodefinirsi “riformista”). Bonaccini è certamente in pole-position, ma nella stessa area c'è anche un altro big come Nardella, mentre sul versante mancino il nome più caldo è quello di Elly Schlein, che tuttavia dovrà fare una bella scalata per conquistare il Nazareno. E non è detto che sia l'unica opzione a sinistra, visto che il termine per le candidature sarà addirittura al 27 gennaio, ovvero ben quattro mesi dopo la mazzata elettorale dello scorso 25 settembre. Non esattamente fulmineo, come tempo di reazione.

Non solo. Nell'articolata struttura del congresso che si annuncia come “costituente”, non è immediato capire quale sia la fase dedicata al passaggio più importante: ovvero capire quale sia l'identità del Pd, oggi. Prima ancora di definire le candidature, andrebbe definito se il partito intende collocarsi a sinistra, nel famigerato riformismo o se invece continuerà nell'esperimento di fondere due culture politiche, come si tenta di fare dal 2007, e magari un giorno riuscire vincere un'elezione nazionale, ebbrezza finora mai provata. “Alcuni di noi aspettano solo questa conta delle primarie. Io spesso vedo due partiti al nostro interno, ma non possono esserci due partiti in uno. Credo che su alcuni temi ci voglia una barra”, dice il vicesegretario uscente Provenzano. Come uscire da questa ambivalenza? Secondo diversi militanti, per renderlo davvero "costituente" sarebbe stato più opportuno un congresso “a tesi”, che partisse da una relazione del segretario per poi arricchirsi con successivi emendamenti alla (nuova) linea politica. Un percorso certamente più lungo, ma più approfondito. Certo, siamo stati tra i più severi nel sollecitare il Pd a stringere i tempi del congresso, ma se per guadagnare tre settimane si sorvola sul passaggio politico più importante, probabilmente non si fa un grande affare.

 

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