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Politica
Pd-M5s, si complica la strada dell’alleanza. Ecco perché
Enrico Letta Giuseppe Conte 
Lapresse

Le strade dell’alleanza Pd-M5s non sono infinite. Anzi, alla prova dei fatti, sono sempre meno e sempre più impervie. Un conto, infatti, era il governo giallorosso con Palazzo Chigi a fare da collante. Ma il ‘vinavil’ adesso sembra quasi finito. Amministrative a parte, in cui alla prova di città importanti come Roma e Torino democratici e pentastellati si sono presentati divisi, adesso le sfide principali che attendono gli aspiranti alleati si chiamano Quirinale e legge elettorale. E su questi terreni scivolosi le distanze sono plasticamente ampie.

L’apertura di Giuseppe Conte all’ipotesi di un Draghi al Quirinale pone in qualche modo il M5s su un binario diverso da quello del Partito democratico a trazione Enrico Letta. Il segretario dem ha sempre identificato l’esecutivo guidato dall’ex numero uno della Bce con il governo del Pd e di certo non spinge perché il premier vada al Colle. Casomai insiste perché resti a Chigi fino al 2023.  “Mandare Draghi al Quirinale e poi andare al voto non è nell'interesse dell'Italia. L'interesse dell'Italia di oggi è che questo governo duri”, andava dicendo il numero uno del Nazareno alla vigilia delle amministrative e quindi un mesetto fa. Senza contare che proprio da Letta, a settembre scorso, era partita una moratoria sul Quirinale a tutte le forze politiche: “Se ne parli il prossimo anno, a gennaio”, aveva detto. Peccato che l’appello sia stato raccolto da Luigi Di Maio che rifiuta di entrare nel dibattito sul toto-nomi, e non dal leader M5s.

Sarà che sull’onda dei risultati delle amministrative, poi, i rapporti di forza tra Pd ed M5s si sono capovolti, sarà anche che l’avvocato del popolo ha perso appeal dalle parti del Nazareno come federatore e quindi come premier in pectore di una futura coalizione, sta di fatto che pure sulla legge elettorale la divaricazione tra i giallorossi si sta accentuando. Ancora una volta è stato il capo del M5s a sparigliare, rilanciando sul proporzionale “con una soglia di sbarramento adeguata – ha detto ieri ospite di Porta a Porta - Parliamo del 5%”. Non solo, ma Conte ha pure promesso battaglia su tale fronte: "Ci batteremo per invogliare tutti gli altri partiti a discutere su questa soluzione o sulla sfiducia costruttiva che possa garantire stabilità al governo”.

Letta per ora tace, ma sono ben note le sue posizioni in merito. Il segretario, sebbene gran parte delle sue truppe vedrebbero di buon occhio una legge proporzionale, ha più volte rilanciato maggioritario e Mattarellum. “Avevamo una legge elettorale che si chiamava Mattarellum - diceva a marzo scorso ospite di Che tempo che fa -, ha funzionato bene dal 1994 all’inizio degli anni duemila. Poi è stata cambiata prima con il Porcellum e poi con il Rosatellum: due errori clamorosi. A me piacerebbe ripartire dal Mattarellum”. Dunque, quella che si profila è una bella sfida Mattarellum versus Brescellum (il testo che ha ricevuto un primo ok in Commissione prende il nome dal Cinque stelle Giuseppe Brescia), sempre che il Parlamento non si rassegni per incapacità all’attuale Rosatellum.

In vista della delega fiscale che sta per arrivare in Aula alla Camera, inoltre, il Pd potrebbe tirar fuori di nuovo il suo cavallo di battaglia sulla tassa di successione per i patrimoni più alti, misura che il M5s non ha mai condiviso. Di contro, c’è da registrare che il Movimento non ottiene grande sponda dai dem su altre sue bandiere. E’ il caso del cashback sul quale i Cinque stelle si muovono abbastanza in solitaria. Da un lato i ripetuti appelli di Conte per riattivarlo e dall’altro un più tiepido posizionamento di Letta. Nella direzione del partito post amministrative, infatti, il segretario ha sostenuto la necessità di fare la battaglia sui bonus in generale. D’altronde fu il responsabile economico del Parito democratico, Antonio Misiani, in merito alla sospensione della misura, a dire che si trattava di “uno strumento troppo costoso” che però può essere riformato.

Se poi si guarda più al medio e lungo termine le cose non vanno meglio. E lo iato tra dem e Cinque stelle pare destinato ad allargarsi. Il prossimo appuntamento elettorale sarà con le politiche e qui il pomo della discordia ha un nome preciso: Matteo Renzi. Quel Matteo Renzi che almeno fino a prima del funerale del ddl Zan, Letta era pronto a imbarcare in una coalizione ampia, nel suo Ulivo 2.0. Magari adesso vorrebbe pure ripensarci, ma difficile che ciò accada, avendo contro mezzo partito, a cominciare da Base riformista. Un altro bel macigno che ostruisce la strada dell’alleanza con i pentastellati che del leader di Rignano non vogliono sentire parlare. E, almeno su questo, pare siano compatti se persino Luigi Di Maio ha detto appena ieri che Renzi e Salvini sono due facce della stessa medaglia, “quella dell’inaffidabilità”.    

 

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