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Destinazione Sud
Agromed, a Taranto la logistica è "alla frutta"
L'uva da tavola è la "regina" dell'agricoltura ionica

Alla conquista dell’Europa armati di frutta e verdura. Si chiama Agromed ed è il nome di quella che doveva essere e, sino ad oggi non è stata, la piattaforma logistica e di trasformazione per i prodotti agricoli dell’area ionica. Un progetto rimasto semplicemente sulla carta, perché non si è riusciti – in due lustri – a trovargli un fazzoletto di terra dove sistemarlo. Una storia tutta da riscrivere, come tante altre “splendide incompiute” in cui ci si imbatte quando si ha a che fare col denaro pubblico.  Soprattutto al Sud. Qui, tuttavia, non siamo in presenza di spreco di risorse, semmai dell’incapacità di spenderle, quindi di portare a termine l’obiettivo faticosamente individuato.

distriparkIl porto di Taranto
 

Agromed, in questo senso, è un caso di scuola. La delibera Cipe numero 155/2000 aveva stanziato e quindi liquidato oltre 9,2 milioni di euro già nel 2005, quando nacque la società consortile. Ne facevano parte, allora come oggi, Camera di Commercio, Provincia di Taranto e Comune di Taranto. Bilanci a parte e danaro depositato stabilmente in banca, dove per fortuna ha maturato interessi che hanno fatto lievitare il capitale sino a 10 milioni, Agromed non ha prodotto null’altro.

La fase operativa, la cosiddetta “gestione caratteristica”, è ancora ferma alle pie intenzioni. Forse anche a causa dei contrasti interni e della difficoltà a riunirsi del consiglio d’amministrazione e nonostante la volontà, più o meno condivisa, di rimettere mano al progetto. Negli anni si è provato prima ad affidare l’incarico ad una società di Bologna, con scarsi risultati. Un successivo incarico si è poi concentrato sull’analisi dei possibili mercati e dei fabbisogni del territorio: come dire, abbiamo il progetto e ora vediamo a che cosa può servire. In direzione diversa si è mossa la presidenza di Luigi Sportelli (dall’agosto 2010 numero uno della Camera di Commercio di Taranto e del Consorzio Agromed), con tentativi di individuare le aree dove realizzare un progetto che, parole sue, “è ormai obsoleto”. Da ultimo l’ipotesi, sfumata, di sistemare Agromed nei capannoni della Terminal Container Taranto (Tct) che, nel frattempo, è andata gambe all’aria perché Evergreen ha mollato il porto di Taranto per il Pireo di Atene. Dalla Magna Grecia alla Grecia, per il colosso asiatico il passo è stato davvero breve.

frutta verduraImpianto di lavorazione dell'ortofrutta
 

Eppure, della piattaforma, il settore agroalimentare tarantino avrebbe estremamente bisogno. Così come del Distripark, l’infrastruttura pensata per trattenere sul territorio le merci in entrata/uscita dal porto, avrebbe necessità l’economia ionica per mettersi sulla strada dei mercati interni ed esteri. E’ questo il vero  tallone d’achille, in particolare, per l’agricoltura. Un pezzo d’economia importante per produzioni, fatturati e numero di addetti (29mila, il 16% del totale provinciale) ma che stenta proprio a trovare i canali giusti per arrivare in ogni angolo del mondo. Un settore che nel Tarantino significa il 23 per cento della produzione italiana di uva da tavola, oppure il 26 per cento per la clementina, sempre a livello nazionale, ma anche vini Doc prestigiosi come il Primitivo, olio d’oliva extravergine e ortofrutta e che, nel 2013, è risultato il migliore dell’economia pugliese grazie ad una crescita del valore aggiunto del 18,9 per cento: un piccolo record che ne conferma il dinamismo.

Numeri che ovviamente fanno gola anche ad altri soggetti. Nel 2014, difatti, è nato Fresh Port, un progetto di cooperazione tra Greenery Italia (distribuzione), società di commercializzazione di frutta, verdura e prodotti agricoli partecipata al 100% dalla società olandese The Greenery B.V., l'Autorità Portuale di Taranto (infrastrutture) e il consorzio di aziende Ciao Italia (produzione agricola). Tutti insieme partner di Greenmed srl, società di commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli freschi, che è il braccio operativo di Fresh Port.

L’obiettivo, che assomiglia parecchio a quello di Agromed,  è molto ambizioso: realizzare e valorizzare, in forma cooperativa o consorziata, l'intera catena produttiva e logistica del settore agroalimentare di alcune regioni del Sud Italia (Puglia, Basilicata e Calabria) e del Nord Africa, sfruttando le aree e i servizi portuali e retroportuali di Taranto. Il porto, recentemente, si è arricchito di una nuovissima piattaforma logistica da 200mila metri quadri di superficie e ha un “portafoglio” di merci movimentate pari a 35 milioni di tonnellate. Una filiera completa: dal campo al frigo e dal magazzino ai mercati d’Italia e d’Europa. Nella cui orbita sono entrati 1700 soci produttori che gestiscono 8000 ettari e producono 5.000.000 di quintali di derrate agroalimentari. Ed è solo il primo tassello di un puzzle più ampio costituito da altre quattro infrastrutture portuali che, a fine lavori (intorno al 2018), costeranno oltre 200 milioni.

piattaforma logisticaIl "rendering" della piattaforma logistica del porto, inaugurata recentemente dal ministro Delrio
 

Una formidabile concorrenza per il consorzio guidato da Sportelli che, però, potrebbe imboccare la scorciatoia del Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS). Si tratta – come scrive la Presidenza del Consiglio dei ministri - dello “strumento che individua, dettaglia e monitora gli interventi di riqualificazione e di sviluppo del territorio che comprende, oltre alla città di Taranto, i Comuni di Statte, Crispiano, Massafra e Montemesola”. Un pacco regalo da 800 milioni (per ora “virtuali”) per far dimenticare l’Ilva, in cui si potrebbero infilare proprio Agromed e Distripark, magari in un’unica confezione – come peraltro previsto “sulla carta” dal Piano regolatore per il porto di Taranto - e con una sostanziosa iniezione di denaro fresco; decisivo dovrebbe risultare, secondo fonti attendibili, l’ingresso nella partita di Invitalia, il che tuttavia potrebbe deviare gestione e controllo del progetto (e dei finanziamenti) dalle stanze tarantine ai palazzi romani.

piano regolatore portoIl piano regolatore del porto di Taranto
 

Sull’argomento il presidente della Camera di Commercio di Taranto, Luigi Sportelli, non si sbottona troppo: «Come è noto – ci ha detto - lo scopo della Società consortile a r.l. Agromed consiste nella realizzazione di un centro finalizzato alla logistica dei prodotti agroindustriali. Naturalmente, il diverso scenario nazionale ed internazionale impone, ai fini del raggiungimento dello scopo statutario,  l’attualizzazione delle specifiche progettuali ed il loro adattamento alle mutate condizioni di contesto». La novità galleggia tra le righe: «Il Contratto istituzionale di sviluppo in via di sottoscrizione – ha ammesso Sportelli - può rappresentare un’opportunità in tal senso e delle ipotesi sono state discusse. Le stesse, delle quali tutti i soci sono informati, sono al momento in fase istruttoria presso la Struttura di missione  APT (che opera all’interno del Dipartimento per lo sviluppo delle economie territoriali e delle aree urbane della Presidenza del Consiglio, ndr)».

Il colpo di scena, tuttavia, l’ha messo a segno nelle ultime ore il sindaco di Taranto. Ippazio Stefàno ha lanciato l’idea di utilizzare i fondi di Agromed per salvare la centrale del latte e il mercato ortofrutticolo di Taranto (MeTa): la prima in mano ad un liquidatore fallimentare, il secondo con 3mila mq di celle frigo inutilizzate e centinaia di operatori in fuga. Paradossalmente, dopo 10 anni di onorata inattività, il progetto Agromed subisce un’improvvisa accelerazione che, si intuisce, spiazzerà gli altri soci: Camera di Commercio e  Provincia. “E’ ora di spendere quei soldi” ha tuonato il sindaco, spalleggiato da Paolo Rubino, suo uomo nel cda di Agromed e stratega della “terza via”: “Bisogna mettere insieme le risorse – è la linea - con i bisogni del territorio”. La sensazione, forte, è che a furia di cercare la soluzione più giusta si rischi d’entrare in una perfetta spirale pirandelliana: una, nessuna, centomila. Il sasso nello stagno, in ogni caso, è stato lanciato. Ora c’è da aspettare gli sviluppi dell’operazione-Stefàno e i dettagli del contratto Cipe e vedere, realmente, che cosa c’è dentro. E sperare nel lieto fine oppure prepararsi al solito peggio: ossia che, come nel labirinto del gioco dell’oca, Agromed finisca col tornare al punto di partenza. Tanti screzi, soldi sotto il mattone e un bel nulla di fatto.

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agromedstefànosportelliagricolturaagroalimentare
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