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Capitale africana della finanza islamica? Lagos o Nairobi

Nigeria e Kenya. Due paesi emergenti che rappresentano un’Africa diversa da quella che siamo abituati a pensare. Un’Africa più dinamica e sviluppata, proiettata nel futuro. Se messi assieme, Nigeria e Kenya, hanno una popolazione di quasi 250 milioni di persone, un PIL complessivo di più di 550 miliardi - 489 Nigeria e 64 Kenya – e sono le economie dallo sviluppo più rapido nel continente nero. E anche qui, come già in Medio Oriente e Asia, la finanza islamica potrà avere un ruolo da protagonista. Infatti sia Lagos, capitale finanziaria della Nigeria, sia Nairobi, capitale politica ed economica del Kenya, hanno compiuto importanti passi negli ultimi anni per sviluppare questo settore e diventarne gli hub del Sub-Sahara.
 

Nigeria: carte in regola ma...

 

Che la Nigeria sia di grande interesse, sono proprio i numeri a dirlo. La popolazione rappresenta un quinto del continente, di cui la metà è di religione musulmana e con un tasso di povertà elevatissimo. Non solo la stragrande maggioranza dei nigeriani non ha ancora accesso al mercato del lavoro o al welfare, ma la possibilità di usufruire di servizi finanziari è un miraggio quasi utopico. Eppure, visto anche il tasso di crescita, la Nigeria è un paese in espansione e, secondo quanto sostenuto da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, dovrà usare ogni risorsa a sua disposizione per poter dare maggior impulso alla crescita economica. Uno di questi volani è proprio la finanza islamica, dove il governo punta ad investire molto. Al momento però, gli ostacoli sono ancora molti. In Nigeria vi è una sola banca islamica autorizzata ad operare dalla banca centrale dal 2012: la Jaiz Bank, con sede nella capitale Abuja e con 30 branche sparse nei maggiori distretti del paese.

Proprio in questi giorni il paese ha emesso un Sukuk dal valore di circa $328 milioni – che rientra in una maxi-emissione obbligazionaria di $10 miliardi. Si tratta della seconda emissione di Sukuk della Nigeria (la prima e unica fu nel 2013) e i soldi raccolti verranno utilizzati per progetti stradali e infrastrutturali. Siamo di fronte, è il caso di rimarcarlo, alla più grande manovra debitoria Sharia’a compliant di un paese sub-sahariano, ma che spiega l’importanza e le possibilità del settore. Anche perché si potrebbero presentare novità per i paesi limitrofi e per un rapporto privilegiato con il Marocco, anch’esso impegnato a sviluppare il settore nel mercato domestico.

Due settori potrebbero essere critici in futuro: il Takaful (mercato assicurativo) e i fondi d’investimento, praticamente ancora assenti in Nigeria. Il primo ambito è stato rimarcato dall’agenzia di rating Standard and Poor’s nel report Africa’s small Sukuk market shows significant promise. Il mercato assicurativo islamico globale, infatti, sta conoscendo un periodo di stagnazione e relativa sofferenza, perché non riesce ad ampliare la gamma dei servizi e ad aprirsi a un pubblico più numeroso. Proprio il carattere associativo e mutuale del Takaful può far bene al settore Sharia’a compliant nigeriano, servendo le fasce meno abbienti della popolazione e salvaguardando i primi risparmi degli individui che, mano a mano, escono da uno stato di indigenza assoluta. Vista la vastità della popolazione, la Nigeria avrebbe quindi tutte le carte in regola per essere la punta di diamante del ramo assicurativo. Per quanto riguarda i fondi d’investimento, il Nigerian Stock Exchange di Lagos (NSE) è la seconda piazza finanziaria d’Africa dopo l’Egitto e conta circa 223 compagnie quotate. È evidente che questa borsa potrebbe nel futuro attirare numerosi fondi Sharia’a compliant, corroborando ulteriormente anche la finanza halal.

Nonostante l’enorme potenziale, persistono sfide e problematiche che il governo e le autorità economiche dovranno affrontare prontamente se non vogliono perdere questo treno. Innanzitutto, c’è un chiaro problema legislativo. Una sola banca è autorizzata ad operare nel paese, ma in generale, le regole sono ancora percepite come fumose e poco chiare. A ciò, inoltre, si aggiunge la mancanza di infrastrutture finanziarie solide. È vero che i prodotti islamici possono essere scambiati sul NSE, ma è altrettanto vero che non ci sono piattaforme e network coesi e soprattutto le indicazioni per emettere Sukuk rimangono poco chiare.

Basti pensare che l’attuale emissione di bond islamici, avvenuta a fine giugno, era in programma dallo scorso settembre dopo che la commissione ad hoc per regolarne la vendita era stata istituita nel febbraio 2016. Un tempo eccessivamente lungo, dove i rimandi e i ritardi sono stati all’ordine del giorno. Il prezzo basso del petrolio, poi, non aiuta: la Naira, la valuta nigeriana, si è svalutata molto nei confronti delle maggiori valute internazionali, creando volatilità e incertezza. C’è anche un grosso problema politico: il paese è martoriato dal terrorismo di matrice islamica e si sa che i soldi e gli investitori non amano i paesi turbolenti. Se a questo fattore aggiungiamo anche l’altissima corruzione del settore pubblico – vedi caso Eni – è facile capire come i capitali vogliano andare altrove. Infatti, è proprio questo il problema per la finanza islamica: attirare, in questo periodo storico più che mai, capitale straniero. Nonostante gli aiuti dell’Islamic Development Bank, la banca islamica internazionale i cui fondi sono destinati a progetti infrastrutturali vincolanti, la penetrazione di capitale straniero nel settore è pressoché inesistente. Riuscire ad attrarlo, magari dai paesi sviluppati del Golfo, potrebbe portare a una crescita ancora più veloce, perché a questo punto non mancherebbero più le infrastrutture, il know-how e i capitali.
 

Kenya: l’outsider che non ti aspetti

 

Quando la Dubai Islamic Bank (DIB) ha annunciato, a fine aprile, di attivare i propri servizi finanziari in Kenya, con la benedizione della banca centrale, tutti gli occhi della finanza islamica si sono rivolti con interesse a questo paese dell’Africa orientale. La notizia non poteva passare inosservata: se un colosso mondiale come la DIB si muove, significa che ci sono opportunità da non perdere.

L’asse Dubai-Nairobi potrebbe rappresentare una delle nuove frontiere della finanza Sharia’a compliant. Il Kenya questo l’ha capito e ha deciso di puntare molto sul settore, nonostante i dati macroeconomici siano più deboli rispetto alla Nigeria. La popolazione è più ristretta – 40 milioni – e il Pil si attesta attorno ai $63 miliardi con un tasso di crescita del 4,7% nel 2016. L’economia finanziaria è in piena espansione, con il Nairobi Stock Exchange (anch’esso NSE) che accoglie 64 compagnie quotate, essendo comunque tra i centri più importanti d’Africa.

L’ecosistema finanziario islamico è ancora alle battute iniziali. Nonostante il regulatory framework sia in una fase di sviluppo abbastanza avanzato, in Kenya ci sono due banche islamiche domestiche, la First Community Bank e la Gulf African Bank, nonché una compagnia assicurativa specializzata in Takaful, la Takaful Insurance of Africa, e un fondo d’investimento Sharia’a compliant, il First Ethical Opportunity Fund.

Il governo si è subito messo in moto per far espandere il mercato finanziario islamico creando i presupposti necessari. Prova ne sono l’adesione all’Islamic Financial Service Board, uno degli organi legislativi internazionali più importanti, e il recente Finance Act 2017 approvato dal governo di Uhuru Kenyatta e accolto con plauso dal CMA, l’istituto che regola la finanza in Kenya. Nel provvedimento trovano spazio diverse innovazioni giuridiche per favorire questo settore, in particolare: modifiche allo statuto del Capital Market per aprire le porte ai prodotti islamici; modifiche alla tassazione dei redditi per dare quadro normativo equivalente ai prodotti tradizionali e Sharia’a compliant; esenzione delle imposte per le transazioni dei Sukuk e modifiche allo statuto delle finanze pubbliche per facilitare l’emissione di bond islamici da parte del governo o di altre istituzioni statali.

La straordinaria velocità con cui il Kenya si sta occupando di questo tema, unita alle parole ben auguranti di Paul Muthaura, CEO del CMA, hanno attirato gli investitori. In un’intervista rilasciata al Kenya Broadcasting Corporation, Muthaura ha dichiarato: “Il lavoro del IFCC (Islamic Finance Consultative Committee, istituito dal Ministero del Tesoro) è un altro sviluppo positivo, in quanto noi modelliamo le strutture consultive della finanza islamica per preparare il terreno adatto per adottare una politica e un regulatory framework in Kenya. La strategia di accelerare la diffusione della finanza islamica è fa parte della nostra ambizione di trasformare il paese in un centro finanziario internazionale, come sostenuto dal nostro progetto di punta, Visione 2030”.

Anche in questo caso, però, esistono gli stessi problemi e rischi presenti in Nigeria. L’instabilità politica è dettata dalla presenza di numerosi gruppi jihadisti sanguinari, come Al-Shabbab, in un paese dove la componente musulmana rimane minoritaria (meno del 15%). Inoltre, anche in Kenya ci sono casi lampanti di corruzione e mal governo che possono giocare a sfavore. L’ecosistema finanziario islamico, rimane ancora tutto da costruire e i fondamentali macroeconomici sono lontanissimi dalla Nigeria, ma l’apertura verso l’E.A.U. rimane un elemento di vantaggio, perché si tratta di uno stato all’avanguardia con la finanza Islamica che potrà fornire importanti capitali e competenze imprescindibili. Da non sottovalutare, infine, la vicinanza geografica con il Golfo e i GCC. Vicinanza che potrebbe favorire importanti scambi commerciali e finanziari.
 

Lagos o Nairobi: chi vincerà?

 

È chiaro che entrambi i paesi siano entrati a far parte della finanza islamica globale. Nonostante la rilevanza che accrescerà in futuro, parliamo comunque di una regione, quella centro-africana, dove la fetta di mercato del settore Sharia’a compliant a livello mondiale è pari solamente all’1%. Una cifra davvero troppo irrisoria per poter pensare di infastidire i paesi del Golfo o il sud-est Asiatico. Molti analisti, inoltre, continuano a prevedere, per l’Africa, una crescita imponente del Marocco, mentre rimangono cauti su Nigeria e Kenya proprio per i fattori di rischio che abbiamo delineato e per la piccola quota di mercato.

Le incognite restano ancora molte, ma la posta in gioco è alta e i possibili guadagni sono molti. Lagos è un centro finanziario importantissimo in Africa ed è già catalizzatore di capitali regionali e internazionali. Il Nigeria Stock Exchange è annoverato fra i “mercati di frontiera” dal MSCI e potrebbe nei prossimi anni essere incluso tra i paesi emergenti. Lo stesso vale per Nairobi, che si propone sempre più come centro finanziario del Corno d’Africa. In palio c’è il dominio finanziario di un’area vastissima, che conta 850 milioni di persone e che molti esperti pronosticano come prossima regione emergente. Gli spazi che si aprirebbero per la finanza islamica sono quindi enormi. Che sia Lagos, che sia Nairobi, dobbiamo monitorarle entrambe con grande attenzione.

Giovanni Prati per ActionNews Agenzia di stampa

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