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Lampi del pensiero
Capitalismo trasformato: dalla deregulation economica al controllo totale

È come se, tutto d’un tratto, ci fossimo trovati proiettati nel nuovo ruolo di sudditi che debbono eseguire tutte le regole restrittive che il potere, giorno dopo giorno, impone: regole che, innegabilmente, entrano in contraddizione con i valori sui quali erano costruite le nostre esistenze e che mai avremmo anche solo potuto immaginare ci venisse chiesto d’imperio di sospendere. Il potere capitalistico oscilla permanentemente tra una tendenza autoritaria e coercitiva, da una parte, e una permissiva e lascia, dall’altra: deve, per un verso, impedire ogni pratica di esodo dal capitalismo stesso e, insieme, favorire in ogni modo la libera circolazione delle merci e il consumo.

Da un lato, ci vuole sudditi obbedienti e in posizione passiva, succubi del potere e delle sue emanazioni. E, dall’altro, desidera che prevalga il profilo del consumatore, a cui tutto è permesso, purché se lo possa economicamente permettere. Il capitalismo assume, così, la forma di una “gabbia d’acciaio” (Weber) dalle sbarre inossidabili e con pronta punizione degli aspiranti evasori; una gabbia d’acciaio, però, al cui interno tutto deve essere liberamente accessibile in forma di merce. Nella storia del capitalismo prevalgono, a seconda delle fasi storiche e dei contesti geografici, ora il primo momento autoritario (si pensi, ad esempio, al Cile di Pinochet), ora il secondo permissivo-consumistico (si consideri, a tal riguardo, la “mutazione antropologica” prodotta dal Sessantotto come passaggio al capitalismo antiautoritario e di libero consumo).

Ora, come già s’è detto, sembra che stia tornando a dominare la fase autoritaria, nella forma specifica e inedita di un regime sanitario che ci riduce al rango di sudditi e, insieme, di pericolosi asintomatici. E lo fa, appunto, limitando le libertà e i diritti e instaurando un vero e proprio stato d’eccezione emergenziale, in cui la sicurezza è garantita solo in cambio della rinunzia a quote importanti di diritti e di libertà. Ciò che desta stupore, in questo scenario d’eccezione, è, oltretutto, l’evidente incapacità dei più di analizzare i dispositivi emergenziali oltre il contesto immediato in cui agiscono e per il quale, si dice, sono stati pensati.

Viene letteralmente preso per pazzo o – il che non è poi così diverso nella società terapeutica – per “complottista” chi osi far notare che questi restringimenti della libertà e dei diritti, che pure vengono giustificati in nome dell’emergenza, potrebbero benissimo essere i segnali o, per rimanere nell’ambito medico egemonico, i “sintomi” di un mutamento di paradigma e di una ristrutturazione verticistica del potere. Pochissimi, in altri termini, hanno la forza, il coraggio, la lucidità e forse anche l’onestà per rilevare che verosimilmente ci troviamo al cospetto di una nuova e diversa governamentalità, che pone in essere una nuova fase del turbocapitalismo.

E che, utilizzando la narrazione dell’emergenza come arte di governo, un nuovo paradigma del potere: che, al di là dell’emergenza (che, verosimilmente, essa stessa non si placherà tanto rapidamente, forse anche grazie all’insorgere di nuove pandemie), segna un novum nella storia dell’Occidente e del capitalismo stesso, ottenendo, peraltro, un’efficacia di controllo e di amministrazione delle menti e dei corpi anche maggiore rispetto alle precedenti fasi autoritarie attraversate dal modo capitalistico della produzione. Questo nuovo metodo di governo in statu nascendi riconfigura il capitalismo stesso, da società del libero godimento e della deregulation economica e antropologica, in società del controllo totale: cioè in una sorta di immenso ospedale in cui il rapporto tra cittadini e governanti si ridefinisce nei termini di un inedito nesso tra malati e medici.

Un tale nesso, oltretutto, riuscirebbe a far valere tanto l’istanza autoritaria di cui dicevamo (essendo per natura asimmetrico e gerarchico il legame tra paziente e medico), quanto un nuovo modulo narrativo, che già pare ampiamente operativo: modulo narrativo che sempre di nuovo presenta le misure stringenti e lesive delle libertà come a fin di bene, quasi come se siffatte misure fossero l’equivalente delle medicine somministrate dal medico al paziente al fine di garantirne la sopravvivenza. È così, tra l’altro, che si spiega la tutto fuorché indocile accettazione, da parte della popolazione italiana, del nuovo metodo di controllo attraverso i droni.

Un tale sistema, degno della peggiore distopia orwelliana, viene accolto talvolta anche con entusiasmo dagli uomini ridotti alla condizione di terrore: “Coronavirus, l’Enac dà l’ok all’uso dei droni per monitorare gli spostamenti” (“La Stampa”, 23.3.2020). Come nel panopticon teorizzato da Bentham e studiato da Foucault, con i droni che volano su di noi siamo ora permanentemente controllabili. Siamo sempre pronti a essere sorvegliati e puniti dai nostri pa-droni.

Diego Fusaro (Torino 1983) insegna storia della filosofia presso lo IASSP di Milano (Istituto Alti Studi Strategici e Politici) ed è fondatore dell'associazione Interesse Nazionale (www.interessenazionale.net). Tra i suoi libri più fortunati, "Bentornato Marx!" (Bompiani 2009), "Il futuro è nostro" (Bompiani 2009), "Pensare altrimenti" (Einaudi 2017).

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