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Lampi del pensiero
Coronavirus, vendite allo scoperto per Bridgewater: i lupi fanno affari

Un antico proverbio ellenico dice che se Atene piange, Sparta non ride. E, tuttavia, può anche darsi il caso che, supponiamo, mentre Atene e Sparta piangono, Corinto rida e giubili. È sicuramente questo il caso di alcune agenzie finanziarie turboglobaliste: le quali non hanno perso tempo per trasformare, come re Mida con l’oro, la crisi mondiale legata al Coronavirus in profitto con molte cifre dopo la virgola. Tra questi scaltri lupi della finanza, abili nel trasformare in oro perfino le sofferenze altrui, si segnala, ad esempio, il più grande fondo speculativo del mondo, Bridgewater: esso ha realizzato una serie di puntate miliardarie contro il Vecchio Continente, nella morsa della pandemia e delle sue conseguenze esiziali.

A riportarlo è, tra gli altri, “Il Fatto Quotidiano”, con un preciso articolo del 18 marzo 2020. In sostanza, l’arguta tecnica impiegata dal gruppo Bridgewater consiste nelle vendite allo scoperto: in altri termini, si vendono titoli senza possederli e, al tempo stesso, ci si impegna ad acquistarli e a consegnarli in una data futura prestabilita. Se, nel mentre, il prezzo scende, accade allora che si guadagna sulla differenza. La conseguenza, non particolarmente difficile da intuire, è che mediante questo dispositivo si amplificano le spinte al ribasso di titoli: essi verranno effettivamente venduti e ciò, naturalmente, andrà ad aggravare e non in modo marginale gli effetti della peraltro già grave crisi in corso.

Insomma, scopriamo che mentre l’umanità piange e soffre, v’è qualcuno che non soltanto non è solidale, non si unisce al pianto e men che meno contribuisce, secondo il possibile, a fare fronte a questa crisi epocale, dalla portata letteralmente distruttiva su scala planetaria: quel qualcuno, di più, ne approfitta per fare business, poco importa se sfruttando la situazione disastrosa e, quel che è peggio, attivamente contribuendo ad aggravarla. Del resto, uno dei princìpi del Vangelo del monoteismo del mercato recita solennemente che business is business. E che, di conseguenza, non v’è etica o religione, senso dell’umano e della solidarietà che valgano a fermare, a rallentare o a regolamentare i sacri circuiti del profitto sconfinato e anomico.

Del resto, ci siamo ormai abituati: le sole sofferenze che meritino attenzione e solidarietà sono, nel desolato quadro del nuovo ordine mondiale, quelle del sistema bancario e finanziario. In nome di tali sofferenze, è richiesta in forma imperativa e sempre a norma di legge la solidarietà: ossia, in concreto, l’impiego dei pubblici danari, in una sorta di welfarismo keynesiano a rovescio; mediante il quale si usano i soldi dei lavoratori per salvare le banche. È la vecchia e collaudata strategia secondo cui si privatizzano gli utili e, insieme, generosamente si rendono pubbliche le perdite.

Prodigi del capitalismo. Del resto – non ci stancheremo di ribadirlo – la nuova lotta di classe, dopo il 1989, è tra il Servo che vive del proprio lavoro (ceto medio e proletariato precarizzato) e il Signore globalista che vive parassitariamente di usura e di speculazione, di espedienti bancocratici e raggiri finanziari. Insomma, mentre larga parte dell’umanità soffre, perde il lavoro e piange i propri cari, v’è chi si aggira nel campo di battaglia alzando il calice, giubilante e festoso al cospetto dei profitti che questa situazione rende possibili. 

Diego Fusaro (Torino 1983) insegna storia della filosofia presso lo IASSP di Milano (Istituto Alti Studi Strategici e Politici) ed è fondatore dell'associazione Interesse Nazionale (www.interessenazionale.net). Tra i suoi libri più fortunati, "Bentornato Marx!" (Bompiani 2009), "Il futuro è nostro" (Bompiani 2009), "Pensare altrimenti" (Einaudi 2017).

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