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Palazzi & Potere
Lilli Gruber: ‘’I giornalisti di oggi si credono degli eroi"

La giornalista più popolare della tv italiana, Lilli Gruber, nel suo ultimo libro, La Guerra Dentro. Martha Gellhorn e il dovere della verità, Rizzoli, racconta la storia della grande corrispondente di guerra vissuta nel secolo scorso, precorritrice di ogni tempo, coraggiosa come nessuna a quell’epoca, sposata con Hemingway, ma, per la prima volta, parla anche di suo marito, Jacques Charmelot, per una vita inviato di guerra, grande professionista al pari di altri stimati colleghi come Robert Fisk, in uno dei suoi libri più ‘’personali’’, in un certo senso. La dedica in esergo è proprio per Jacques: ‘’Il migliore giornalista che io conosca: yours, for probably always’’.

Quando le chiediamo se crede, o ha creduto, perché no, a degli angeli custodi che potrebbero averla protetta durante situazioni di pericolo nelle zone di guerra, diventa tenera: ‘’Ho una mamma fantastica che ha 94 anni. Vive in Alto Adige. Quando parto, se sono davanti a una prova difficile o vivo un momento complicato, mi fa la croce col suo pollice sulla fronte per darmi la benedizione del Signore dell’Angelo Custode’’.

Il suo libro, scrive lei nella parte introduttiva, è più un dialogo tra due giornaliste che non un omaggio a Martha Gellhorn. Quando ha ‘’incontrato’’ Martha Gellhorn?

Martha Gellhorn è stata la più grande corrispondente di guerra del Novecento e le guerre le ha raccontate tutte: la Guerra Civile di Spagna, la Seconda Guerra Mondiale, la guerra in Vietnam. Io l’ho ‘’conosciuta’’ quando leggevo Ernest Hemingway, il gigante della letteratura statunitense, attraverso quello che secondo me è il suo più bel romanzo, Per chi Suona la Campana, che era dedicato a lei. Allora non sapevo chi fosse Martha Gellhorn, poi ho scoperto, non solo una grandissima giornalista ma anche un donna straordinaria, peraltro divenne moglie di Hemingway, la terza delle quattro. L’unica che lo ha mandato al diavolo, giusto per dare un’idea del carattere forte che aveva.

Perché ha deciso di scrivere un libro su di lei?

Penso che oggi sia interessante e importante ripercorrere e raccontare la sua storia, non solo perché ha avuto una vita avventurosa, quasi da film, sia come corrispondente di guerra che in generale. Ma soprattutto perché tutte le battaglie che ha vinto, tutto quello che ha fatto, hanno avuto un prezzo altissimo che Gellhorn ha dovuto pagare, perché era una donna del secolo scorso. Bisogna immaginare la condizione femminile dell’epoca. Le donne corrispondenti di guerra, per esempio, erano bandite dai fronti della Seconda Guerra Mondiale, e lei, invece, è andata, intrufolandosi in una nave-ospedale, imbarcata con gli alleati in Normandia. Era così tenace che non mollava mai.

Che giornalista era Martha Gellhorn?

Era un esempio di giornalismo serio, accurato, profondo, di una persona che è sempre andata a vedere, perché questo noi giornalisti dobbiamo fare per poi raccontare i fatti.

Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di fatti, di informazione seria. In tempi di pandemia abbiamo capito che l’informazione seria può salvare vite umane.

C’è un intreccio di valori, di situazioni, che mi hanno consentito di illuminare le guerre più importanti del secolo scorso insieme a quelle del nostro tempo insegnandoci, ancora una volta, che l’informazione è centrale per una democrazia.

Nel libro però lei dedica anche un intero capitolo a suo marito, il grande inviato di guerra Jacques Charmelot. Un racconto ‘’personale’’.

Per la prima volta ho fatto questa incursione nella vita privata mia e di mio marito, che è francese e che è stato per trent’anni un corrispondente di guerra per la Afp, la terza agenzia di stampa del mondo, e di guerre ne ha viste tante e ne ha raccontate tante. Allora, davanti a un buon bicchiere di vino, l’ho convinto, perché lui è riservatissimo, a raccontarmi qualche cosa di più: dalla guerra in Libano a quella del Ciad, a quella con l’Iran, quella in Iraq, in Bosnia. Ne viene fuori un racconto molto avvincente. Come sempre nelle cose che facciamo ci vuole molta passione, ci vuole molto rigore, anche molta fatica fisica per andare in giro per il mondo, soprattutto in zone di guerra, se vogliamo che venga bene il nostro lavoro.

Il giornalismo in generale e quello di guerra in particolare sono spesso ammantati di un romanticismo narrativo che non ha eguali in altre professioni. Nel suo libro, lei tende a sgombrare il campo da falsi miti, romanticismi e suggestioni, come pure si evince dal racconto di suo marito.

I lettori devono sapere, e questo vale sia per i giornalisti di guerra che per i giornalisti televisivi in generale, che non è il giornalista, non siamo noi, la notizia, non siamo noi i protagonisti. I protagonisti sono i fatti che abbiano il dovere di raccontare in modo accurato e documentato.

Purtroppo oggi vedo in giro troppi personalismi. Quei giornalisti che vanno a coprire delle guerre, credono di essere loro degli eroi. Invece, come ci insegna Martha Gellhorn, la prima giornalista a fare questo nei racconti di guerra, bisogna vedere la guerra dalla parte dei più deboli, di quelli che non la decidono mai ma che la subiscono di più: la popolazione civile, le donne, i bambini, i vecchi. Questo non perché avesse un coté troppo femminile, ma perché era una giornalista vera che non raccontava le guerre come fossero delle asettiche operazioni militari. Le guerre non sono mai asettiche, non esistono le bombe intelligenti. Le guerre muovono degli interessi economici enormi. Lo abbiamo visto anche recentemente con il ritiro degli americani in Afghanistan.

Abbiamo fatto guerre, sia in Afghanistan che in Libia che in Iraq, che non abbiamo mai finito e oggi ci ritroviamo a subire le conseguenze dei disastri che abbiamo fatto in giro per il mondo. Bisogna sapere che le questioni complesse richiedono grande conoscenza e sempre un passo indietro da parte del giornalista per poterle raccontare bene. Tanto più se sei giornalista di televisione, dove già hai a che fare con un mezzo diciamo molto ‘’emotivo’’, perché le immagini di per sé suscitano già delle emozioni. Noi non dobbiamo regalare emozioni quando facciamo informazione, dobbiamo regalare informazione, fatti.

In questo tempo di social, dove conta soprattutto l’emozione, la reazione, dove vince chi la dice più grossa, chi mostra l’immagine più orribile. Il giornalismo serio non è questo.

Lei non è su nessun social?

No e non ho neanche Whatsapp. Non demonizzo i social, ma bisogna fare molta attenzione, visto che sono gli algoritmi che decidono poi cosa mandarci. Questo significa che anche da un punto di vista dell’informazione, il rischio che ognuno venga confermato nelle sue convinzioni e che, soprattutto, venga informato male è alto. Ci sono poi quelli che si improvvisano giornalisti anche su Instagram. Nel caso dell’Afghanistan abbiamo visto fiorire tanti giornalisti che in realtà non lo erano e che dicevano un sacco di scemenze. Bisogna insegnare sin da bambini che non è che prendendo in mano questo oggetto ‘’magico’’ che si chiama smartphone e che fa entrare in casa e nelle nostre teste tutto il mondo, sia tutto vero quello che c’è lì dentro.

Martha Gellhorn, Oriana Fallaci, Christiane Amanpour, Marie Colvin e anche lei, tutte donne corrispondenti di guerra. Che cosa hanno in comune?

Penso che in generale gli occhi femminili vedano di più e in modo diverso per il semplice fatto che essendo state escluse per secoli da tutta una serie di ambiti sociali e da una serie di attività, abbiamo sviluppato una visione più ampia e più attenta su molti aspetti della vita. Non credo che di per sé donna sia meglio di uomo. Penso che ci siano delle ottime competenze femminili e ottime competenze maschili. Ma il fatto che siamo state per tanti secoli escluse dalla stanza dei bottoni, ci ha fatto naturalmente sviluppare delle antenne diverse.

Le cito Hemingway a proposito di sua moglie, Martha Gellhorn, quando gli chiesero di lei, che cosa faceva la differenza, perché tutti e due si trovavano su fronti di guerra. Loro si sono innamorati nel 1937 durante la Guerra Civile in Spagna.

Lui dice: ‘’Ciò che succede alla gente che lei racconta, succede davvero. E puoi sentirlo come se fossi lì e come se fosse capitato a te. Martha è instancabile, si alza prima, viaggia più a lungo e più velocemente, e va dove nessun’altra donna arriva e dove poche potrebbero sopravvivere’’.

Ecco la differenza, questo fanno le donne. In generale ancora oggi la vita ci insegna che dobbiamo fare il quadruplo di quello che fanno gli uomini a parità di mansione per ottenere lo stesso risultato. Ma siamo tenaci, bisogna combattere, bisogna andare avanti, e bisogna farlo insieme agli uomini.

Instagram: @mariagloria_fontana

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