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Economia
L'ombra della Frexit sull'ascesa di Le Pen: per l'Ue stangata da 25 mld l'anno
(Fonte immagine: La Presse) 

Frexit? Ecco quanto costerebbe all’Europa l’uscita della Francia dall’Ue

Per ora è soltanto una parola priva di significato concreto. Ma davvero la Frexit è così impossibile che si attui? Anche la sua illustre predecessora, la Brexit, sembrava un incidente che non poteva verificarsi. E invece sappiamo tutti com’è andata a finire. Dunque, se davvero Marine Le Pen dovesse salire all’Eliseo tra due settimane, i partner europei inizierebbero a tremare pesantemente.

La Francia contribuisce in modo massiccio al bilancio continentale, e soprattutto è tra i Paesi che spendono di più e ricevono di meno. Secondo le fonti ufficiali dell’Ue relativamente al bilancio 2020, l’ultimo completamente consultabile, Parigi ha “pompato” nelle casse di Bruxelles qualcosa come 25,34 miliardi di euro, secondo contributore netto dopo la Germania (31,95).

In cambio, ha ricevuto 15,84 miliardi, secondo Paese per sovvenzioni dopo quella Polonia che – prima della tragedia ucraina – rischiava di vedere sospesi i fondi se non si fosse adeguata sui temi dell’inclusione. Un saldo negativo di 9,5 miliardi per la Francia, ed è partendo da questo dato che Marine Le Pen ha iniziato a fare i suoi conti.

Non solo: dopo la Germania, che spende 19,4 miliardi di euro in più di quanti ne riceve, la Francia è seconda per saldo negativo. L’Italia è terza con circa 6,3 miliardi di passivo. È il meccanismo della sussidiarietà e della mutualità dei fondi, ragione necessaria e sufficiente per costruire un’Europa coesa e unita in cui le diseguaglianze progressivamente si appianano.

Ma la strada è lunga. E se la Germania ha imparato dal 1989 che cosa volesse dire “pacificazione”, usando ingenti fondi per appianare le differenze economiche tra Est e Ovest, lo stesso dovrebbe fare il continente unito.

Ci sono però tre temi che rendono tutto ancora più complesso per quanto riguarda la Francia. Primo: Macron rappresenta l’establishment europeo ed europeista. I francesi si sono stretti intorno al loro presidente durante la pandemia da Covid. Ma ora la sensazione è che qualcosa stia cambiando.

Dal Recovery Fund, infatti, l’Italia riceverà complessivamente oltre 190 miliardi di euro, mentre la Francia solo 40. E più d’uno ha storto il naso perché teme che Parigi debba fungere da bancomat per altri Paesi che non hanno fatto le riforme.

Secondo motivo di malcontento, sempre riferito a Macron: la settimana lavorativa si compone di 35 ore. Ma, complice la crisi del Covid e dell’Ucraina, il presidente ha annunciato che potrebbe essere necessario tornare a un orario più robusto, riportando indietro le lancette almeno al 1997, quando si passò da 39 alle attuali 35 ore.

Che vi sia un pesante malcontento sociale è testimoniato anche dal (quasi) 22% di voti raccolti da Jean-Luc Mélenchon, il quale prometteva di abbassare l’età pensionabile a 60 anni e di ridurre la settimana lavorativa a 32 ore o quattro giorni.

Terzo, enorme problema: il sistema di Difesa comune europeo, tornato d’attualità a causa della guerra tra Russia e Ucraina, prevede naturalmente una compartecipazione di aziende per la dotazione di armamenti. Ma chi, come la Le Pen, propugna una sorta di “Francia first”, non vedrebbe di buon occhio una collaborazione nemmeno da questo punto di vista.

Il protezionismo, che è tipico dell’economia francese, verrebbe portato alle estreme conseguenze. Basti pensare a quanto accaduto in passato tra Fincantieri e Stx, con il governo che si è messo di traverso e ha impedito l’accordo, per capire che una visione ancora più “francocentrica” riporterebbe in voga una sorta di indipendenza economica che è contraria a qualsiasi tipo di disciplina comune e comunitaria.

Dal 2002 a oggi, è la terza volta – su cinque elezioni – che un Le Pen (prima Jean-Marie, poi Marine) corre al ballottaggio. Sarà quella buona?

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