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Esteri
Usa-ASEAN, così Biden proverà a ricostruire un rapporto cruciale
Giacarta, dopo i risultati delle elezioni Usa di novembre 2020

Ricostruzione. E' quello che dovrà fare Joe Biden nel Sud-est asiatico, regione fondamentale per gli equilibri geopolitici futuri. Regione trascurata troppo a lungo da un'amministrazione Trump che ha applicato l'approccio dell'America First e del "non farsi fregare" anche laddove avrebbe dovuto "perderci" qualcosa per garantire la tenuta di un sistema di alleanze (o meglio partnership) fondamentale nella strategia di rivalità strategica con la Cina. 

"Data la poca rilevanza strategica che Trump ha dato al Sud-Est asiatico durante il suo mandato, i Paesi ASEAN hanno grandi aspettative per il mandato di Joe Biden" spiega Tullio Ambrosone di Associazione Italia ASEAN. "Trump ha infatti ignorato i meeting ASEAN negli ultimi anni e lasciato a lungo scoperte cariche diplomatiche fondamentali nell’area. Il disimpegno americano nella regione insieme all’approccio duro con Pechino hanno contribuito a lasciare spazio all’espansionismo cinese, spesso complicando la situazione per i Paesi ASEAN", prosegue Ambrosone.

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I singoli Paesi Asean sono stati più che altro utilizzati per cercare di lanciare una campagna di arruolamento contro Pechino su temi come il mar Cinese meridionale o il delta del Mekong. Con scarso successo, visto che il Sud-est asiatico è la zona più esposta alla Cina, nonché una delle aree che ne è più dipendente a livello economico. E ora che farà Joe Biden? "Sebbene sia difficile prevedere la strategia americana nel Sud-Est asiatico per il medio-periodo, le prime mosse di Joe Biden in quell’area già rivelano un cambio di passo rispetto all’amministrazione Trump", dice Ambrosone. "Innanzitutto, Biden ha nominato Kurt Campbell, navigato diplomatico che ha lavorato anche con Obama sulla strategia USA in Asia, coordinatore per l’Indo-Pacifico presso il Consiglio per la sicurezza nazionale, ruolo lasciato a lungo scoperto dall’ex Presidente Trump".

Il primo test in politica estera per Biden arriva proprio dal Sud-est, e più precisamente dal Myanmar, dopo il golpe militare dello scorso 1° febbraio. "Il neo-eletto Biden ha fermamente condannato il golpe, imponendo pesanti sanzioni sui militari responsabili del cambio di regime e sottolineando l’importanza dei valori democratici per gli Stati Uniti e i suoi alleati. Presa insieme questa notizia insieme alla nomina di Campbell rivela in maniera evidente il cambio di strategia della Casa Bianca", spiega Ambrosone. Il neo presidente statunitense ha approvato un ordine esecutivo per imporre sanzioni ai leader del Tatmadaw, bloccando l'accesso ai circa 1.3 miliardi di dollari di fondi detenuti dal governo birmano negli Stati Uniti. Il tentativo è quello di misure con target precisi, senza rischiare di colpire le fasce più deboli come già accaduto in passato.

La sfida di Biden è quella di coinvolgere nella condanna del golpe anche i vicini asiatici, India e Giappone compresi, che oppongono resistenze per i numerosi interessi commerciali e geopolitici detenuti in Myanmar. Appare più sensibile l'Indonesia, che sta insistendo in sede Asean per prendere una posizione più netta a difesa della transizione democratica bruscamente interrotta. Proprio sulla situazione birmana si è non a caso concentrato il colloquio tra il segretario di Stato Usa Antony Blinken e il ministro degli Esteri indonesiano Retno Marsudi.

Altri due dossier delicatissimi, che tirano in ballo direttamente la Cina, sono appunto mar Cinese meridionale e delta del Mekong. La nuova legge sulla guardia costiera approvata da Xi Jinping, che consente una militarizzazione delle imbarcazioni cinesi, preoccupa le capitali dell'area, a partire da Hanoi, Manila e Giacarta. Anche per questo la Casa Bianca cercherà anche di restaurare la storica alleanza con le Filippine dopo che l'imprevedibile Rodrigo Duterte ha messo a repentaglio il Visiting forces agreement, che garantisce la presenza delle truppe americane nel Paese e l'attuazione del trattato di mutua difesa. Il presidente filippino, avvicinatosi a Pechino negli ultimi anni, ha più volte manifestato l'intenzione di porre fine all'accordo, finendo poi per rinviare la decisione più volte in attesa delle elezioni americane e dell'arrivo di Biden. 

Il Vietnam sarà invece il fulcro della politica americana nella cosiddetta Indocina. Il progressivo avvicinamento di Cambogia e Laos a Pechino rendono Hanoi più fondamentale che mai. Il Partito comunista locale, che come abbiamo raccontato nelle scorse settimane ha appena tenuto il suo 13esimo congresso, ha stretto importanti accordi internazionali negli ultimi anni, come i trattati di libero scambio con Unione europea e Regno Unito, mettendo tra l'altro il cappello all'accordo sulla Regional Comprehensive Partnership arrivato a novembre 2020. Le mancate sanzioni del Tesoro americano nonostante le accuse di manipolazione valutaria fanno capire che Washington punta molto sul ruolo regionale di Hanoi.

Restando a quella zona, la Cambogia ha annullato le esercitazioni militari Golden Dragon in programma con la Cina ma appare difficile recidere il legame tra Hun Sen (primo leader a visitare Pechino subito dopo l'esplosione della pandemia da coronavirus a Wuhan) e Xi. 

Qualche tensione potrebbe nascere sul tema dei diritti umani. Oltre al golpe in Myanmar, diversi Paesi dell'area stanno reprimendo il dissenso con mezzi anche duri, dalla violenza fisica al blocco dell'accesso a internet. Thailandia, Cambogia, Laos e anche Vietnam sono sotto osservazione da questo punto di vista. Il lavoro da fare, per Biden, è tanto. La "moral suasion" passa anche (o soprattutto) il lavoro in sede ASEAN. Una cosa è certa, il Sud-est asiatico non verrà ignorato. 

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