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Irène Némirovsky, ad agosto 2022 gli 80 anni dalla morte ad Auschwitz

In occasione dell’anniversario della morte dell’autrice ucraina, Affaritaliani.it le dedica uno speciale consigliando 5 titoli da leggere

Irène Némirovsky, ad agosto 2022 gli 80 anni dalla morte ad Auschwitz
Locandina film “Suite francese”
Irène Némirovsky, ad agosto 2022 gli 80 anni dalla morte ad Auschwitz
Irène Némirovsky, ad agosto 2022 gli 80 anni dalla morte ad Auschwitz
Irène Némirovsky, ad agosto 2022 gli 80 anni dalla morte ad Auschwitz
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Irène Némirovsky, ad agosto 2022 gli 80 anni dalla morte ad Auschwitz
Irène Némirovsky, ad agosto 2022 gli 80 anni dalla morte ad Auschwitz
Irène Némirovsky, ad agosto 2022 gli 80 anni dalla morte ad Auschwitz

Sono passati ottant’anni da quell’agosto del 1942, quando una delle più grandi scrittrici del Novecento si spense nel campo di concentramento di Auschwitz devastata dal tifo.

Vi era arrivata appena un mese prima, già debilitata e fragile, nonostante fino all’ultimo avesse affrontato le leggi razziali, le fughe e l’arresto con estremo coraggio. Nelle sue poche parole scritte alle figlie – fortunatamente entrambe messe in salvo – e all’amato marito, che purtroppo la seguì nello stesso tragico destino poco dopo, non v’è traccia di lamentele, di rabbia, di disperazione. Irène Némirovsky non si faceva illusioni: sapeva benissimo a cosa andava incontro, ma seppe accettarlo e sfruttò il tempo a sua disposizione per iniziare a comporre il suo grande capolavoro, oggi noto come Suite francese.

Nata a Kiev nel 1903, Irène aveva appena 39 anni quando fu vittima delle atrocità naziste, ma nonostante ciò era già riuscita a divenire famosa. La sua vita era stata un susseguirsi di fughe e necessità di ricominciare da capo in nuovi Paesi a causa delle origini ebraiche. Il padre, un ricco banchiere, finì nel mirino dei soviet nel 1918 e sulla sua testa venne apposta una taglia; fu quello il primo viaggio verso una terra straniera e fu solo l’inizio di un girovagare tra Russia, Finlandia, Svezia, fino a quando Irène raggiunse la città che considerò per sempre la sua casa: Parigi. Nella capitale francese, ritrovata una parvenza di normalità, ottenne la laurea alla Sorbona e pubblicò i suoi primi scritti, raggiungendo la notorietà con il romanzo David Golder.

Locandina film Locandina originale del film “Suite francese”

Molto più complessa fu invece la storia di Suite francese, poiché il manoscritto fu riscoperto da sua figlia Denise anni dopo la scomparsa della madre e venne pubblicato in Francia nel 2004 dalle Edizioni Denoël, divenendo subito un successo internazionale, tradotto in una quarantina di lingue, vincitore di alcuni premi prestigiosi e soggetto da cui fu tratto l’omonimo film. Suite francese è in realtà soltanto una parte di un’opera che nella visione della Némirovsky doveva essere ben più ampia: si tratta infatti dei primi due tomi di un grande affresco contemporaneo pensato in cinque volumi, rimasto incompiuto a causa della morte prematura dell’autrice. È curioso e al contempo commovente immaginare con quale stato d’animo Irène stesse scrivendo della sua Francia dilaniata dalla guerra e dei bombardamenti su Parigi, consapevole che con tutta probabilità quelle sarebbero state le sue ultime parole e forse nessuno le avrebbe mai lette. Invece, la valigia che conteneva i suoi manoscritti fu aperta parecchio tempo dopo da Denise, la quale trovò la forza di affrontare il fantasma della madre e restituì così all’umanità un vero capolavoro letterario, seppur incompleto.

«Irène Némirovsky» ha scritto Pietro Citati «possedeva i doni del grande romanziere, come se Tolstoj, Dostoevskij, Balzac, Flaubert, Turgenev le fossero accanto e le guidassero la mano». Citati era stato tra i primi a leggere la traduzione italiana di Suite francese pubblicata nel 2005 da Adelphi e ne aveva amato le pagine colte, ricche di dettagli, così vere e palpitanti da darci l’impressione di trovarci proprio in quel giugno del 1940, quando la Seconda Guerra Mondiale sconvolse il mondo. Tuttavia, dei milioni di lettori che hanno apprezzato Suite francese, nessuno sapeva – almeno fino a poco tempo fa – che quella era in realtà la prima versione dell’opera, non soltanto incompiuta, ma anche “imperfetta”. Ne esisteva, nascosta tra le molte carte dell’autrice, una seconda corretta dalla stessa Némirovsky, dattiloscritta dal marito e pubblicata da Adelphi a maggio del 2022 con il nuovo titolo di Tempesta in giugno.

Tempesta in giugno“Tempesta in giugno” di Irène Némirovsky (Adelphi)

Nel libro troviamo innanzitutto una versione inedita, più matura e con uno stile asciugato, di Tempête en juin, l’incipit che avrebbe dovuto rappresentare la prima parte di un vasto affresco sulla disfatta militare subìta dalla Francia e sull’occupazione tedesca del Paese. Questo primo “atto”, il quale stranamente si apre e si conclude in un racconto che – non sapendone la collocazione – potrebbe sembrare finito e a sé stante, sviluppa nell’arco di 265 pagine trenta capitoli, che forse potremmo meglio definire scene, come in una sceneggiatura, più un prologo e un finale. È il momento in cui gli invasori irrompono in Francia e prende avvio l’esodo di un’intera nazione, costituita dalle classi sociali e dai personaggi più vari, accomunati dalla necessità di cercare una salvezza.

Oltre al corpo principale del testo, nella nuova edizione di Tempesta in giugno sono presenti anche gli appunti per il secondo libro, Dolce, e quelli per un terzo dal titolo Captivité, che l’autrice non ebbe mai il tempo di completare. Si aggiungono un’interessante introduzione a cura di Nicolas Dauplé, nipote di Irène Némirovsky, e due testi a firma dei curatori Olivier Philipponnat e Teresa Lussone (quest’ultima anche traduttrice insieme a Laura Frausin Guarino), i quali ci aiutano a inquadrare meglio non soltanto la figura della Némirovsky, ma anche la sua intera opera, a partire dal primo romanzo di successo per arrivare sino alla travagliata genesi di Suite francese, non dimenticando la prolifica produzione della scrittrice, in Italia sempre edita da Adelphi. Ecco allora che, presentato l’ultimo volume dato alle stampe, nelle pagine seguenti ci soffermeremo su altri celebri testi ormai tradotti in molte lingue e letti in tutto il mondo, scusandoci se per motivi di spazio non possiamo purtroppo illustrare l’intero corpo letterario di Irène Némirovsky.  

Foto di apertura speciale su Némirovsky
 

*BRPAGE*

Jezabel

Pubblicato per la prima volta nel 1936 e dunque un romanzo che contraddistinse la gioventù della scrittrice, Jezabel è uno dei suoi libri più belli, forse anche per l’ambientazione nella Parigi dell’epoca, per il fascino della protagonista femminile e per il richiamo alla lussuriosa moglie del re biblico Achab. Strutturato quasi come un thriller e un giallo, il romanzo va ben oltre tale categoria e ritrae l’immagine di una donna senza vergogna, il cui aspetto affascinante e la cui fama di femme fatale non coincidono affatto con la sua reale personalità.

Jezabel“Jezabel” di Irène Némirovsky (Adelphi)

Gladys Eysenach, accusata dell’omicidio del giovane amante, dichiaratasi colpevole senza remore e additata dall’intera Ville Lumière per il suo modo di vivere scostumato, indecente, eccessivamente passionale, affronta un processo con la stessa freddezza e lucidità della donna che dà il nome al romanzo, in un parallelo al femminile in cui si nasconde molto di più.

È una storia di femminilità e di seduzione, quella che la Némirovsky racconta tra le righe di un giallo, nonché un ritratto intimo e psicologico di un personaggio che – già agli esordi della sua scrittura – si presenta perfettamente costruito, scolpito dalle parole come un’opera d’arte. Pubblicato in Italia da Adelphi nel 2007, è ora disponibile nella versione tascabile con la traduzione di Laura Frausin Guarino.

La preda

L’opera è contemporanea alla precedente, ma a differenza dell’altra venne data alle stampe solo due anni dopo, conoscendo la fama con più ritardo. Erano, quelli, gli stessi anni in cui Sartre pubblicava a Parigi La nausea e altri scritti di alto livello letterario, perciò fu inevitabile per i critici e i lettori di allora fare dei confronti, elogiando talvolta la prosa leggera, scorrevole e vigorosa dell’autrice ucraina, senza nulla togliere ai contenuti.

La preda“La preda” di Irène Némirovsky (Adelphi)

Questa volta il protagonista è un uomo, Jean-Luc Daguerne, e ha molto in comune con la Gladys Eysenach di Jezabel, sebbene si tratti di due personalità alquanto differenti. Daguerne incarna il prototipo del self-made man, colui che brama successo, potere e denaro, per cui sarebbe disposto a tutto; ma, come Eysenach, la frivolezza non è l’unico tratto che lo caratterizza. Dentro di lui c’è un altro Jean-Luc che non può accontentarsi dei beni materiali e delle soddisfazioni terrene; così, è l’amore ciò che – come un’ossessione – prende possesso della sua mente nella seconda parte del romanzo, quando la parabola della ricchezza raggiunge il suo apice e mostra tutta la sua limitatezza.

“Raramente un uomo si uccide perché ha perso del denaro. Si uccide semmai per non scadere nella stima degli altri. Una volta la si chiamava paura del disonore. È la vanità. Un uomo non si vede mai come è. Se avesse il coraggio di confessare a se stesso: “Sono una canaglia, un ladro!” sarebbe più forte degli altri, sarebbe salvo”.

Tornano alcuni temi cari alla giovane Némirovsky: il confronto con la società, la necessità di essere accettati dal grande altro – un desiderio che probabilmente l’autrice deve aver sperimentato in prima persona a causa delle origini ebraiche e della travagliata vita familiare – per ciò che si ha e che si è, la dicotomia tra l’io alla ricerca dell’approvazione degli altri e quello più intimo e profondo, da cui difficilmente si riesce a scappare, negando troppo a lungo la verità. In Italia La preda è stato pubblicato da Adelphi nel 2012, mentre nel 2017 è arrivata in commercio l’edizione economica.

*BRPAGE*

Il signore delle anime

Nel corso del Novecento Irène Némirovsky era un’autrice alquanto letta e apprezzata non soltanto grazie ai volumi pubblicati dalle sue storiche case editrici, ma anche per i racconti e le storie che uscivano a puntate nelle riviste o nei quotidiani. È il caso di Il signore delle anime, che nel 1939 intratteneva i lettori del noto Gringoire. Solo in seguito divenne un libro e in Italia approdò – sempre grazie ad Adelphi, che possiede i diritti di tutti gli scritti dell’autrice – nel 2011, nell’edizione con la Donna con le carte in copertina, per essere poi seguito nel 2018 dal tascabile.

Il signore delle anime“Il signore delle anime” di Irène Némirovsky (Adelphi)

Ritornano alcuni temi cari all’autrice, in quel confronto serrato tra la psicologia borderline del protagonista e l’alta società parigina, pronta ad accettarlo nel suo ruolo di successo allo stesso modo in cui ne percepisce l’oscuro potere di leggere e forse influenzare le anime. Ma non è solo la contrapposizione tra l’io e gli altri a mantenere un filo conduttore con le opere precedenti – sebbene siano passati ben tre anni – bensì anche quel sentirsi per sempre immigrati, coloro a cui il passato non lascia mai la mano e il futuro sembra già scritto anche quando si tenta di cambiarlo in ogni modo.

Ed è proprio di destino che parla la voce del protagonista, Dario Asfar, giovane medico che si ritiene appartenere a una razza levantina, oscura, con un miscuglio di sangue greco e italiano. Il tema dell’introspezione psicologica prende qui la predominanza rispetto alla trama thriller/giallistica dei primi romanzi, ma non decade quel sentimento proprio dell’autrice riferito a un percorso già scritto, a un’esistenza non del tutto dominata dal proprio controllo, sia per quanto riguarda l’oscuro Jean-Luc sia per quel che concerne i personaggi inquietanti che gravitano attorno alla sua orbita, in cerca di qualcuno che possa liberarli dalle loro più terribili fobie, paure inspiegabili, turbe psichiche.

I cani e i lupi

Tra i libri di Irène Némirovsky che qui vi proponiamo I cani e i lupi è quello che apparse per ultimo, pubblicato in Francia nel 1940 e scritto dall’autrice nei due anni precedenti. Si nota, leggendolo, un cambiamento di stile e di interesse, nonché un avvicinamento a quelle tematiche che diverranno ancora più care alla Némirovsky in Suite francese; cadono anche i filtri fino ad allora utilizzati per delineare i propri protagonisti, perché questa è una storia esplicitamente scritta per parlare del popolo ebraico, di cui ella stessa è parte. Sparisce anche l’ambientazione parigina fino ad allora tanto cara alla giovane Irène per tornare alle origini, a Kiev, città in cui la scrittrice è nata. Vero è che la seconda parte del romanzo, quella in cui i due protagonisti Ada e Harry diventano adulti, si svolge ancora una volta nell’amata Parigi, che per la Némirovsky sembra essere sempre il punto di arrivo di qualunque viaggio, indipendente dal luogo di partenza.

I cani e i lupi“I cani e i lupi” di Irène Némirovsky (Adelphi)

Ecco allora delinearsi un ritratto vero e sincero del popolo ebraico, che non può essere considerato né orgoglioso né antisemita, soltanto realistico; il tutto caratterizzato da quella nota nostalgica, malinconica e fatalista che è ormai segno di riconoscimento di tutta l’opera della Némirovsky. Ancora una volta, in quest’ultimo romanzo pubblicato in vita, si sente tutto l’incombere del destino, quasi fosse un qualcosa che l’autrice già percepiva sulla propria pelle; e infatti così fu, perché di lì a poco i lupi arrivarono davvero e distrussero tutta quella delicata bellezza che lei aveva saputo descrivere così bene nei suoi libri. In Italia il volume è stato pubblicato da Adelphi nel 2008 e in versione tascabile nel 2013.