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Politica
Primarie Pd: il rimpasto delle correnti e la psicosi degli infiltrati - INSIDE
Elly Schlein e Paola De Micheli

Congresso Pd: Cuperlo terzo incomodo nella sfida Bonaccini-Schlein

 

 

Finita la brevissima pausa del weekend natalizio, riprende la marcia verso il congresso “fondativo” del Pd. Anzi, proprio in queste ore si sta giocando una partita decisiva per l'esito finale della competizione. A determinarla sono le regole che porteranno all'elezione del successore di Enrico Letta: secondo lo statuto Pd, la prima fase (tra il 27 gennaio e il 12 febbraio) vedrà il voto tra i soli iscritti con tutti gli autocandidati alla segreteria e nella seconda le primarie aperte del 19 febbraio, con il ballottaggio tra i due più votati. 

Da sempre le primarie del Pd fanno discutere, perché basta dichiararsi simpatizzanti del centrosinistra e versare un piccolo obolo economico per avere diritto di voto: da un lato è un elemento identitario fin dalla fondazione del partito, ma dall'altro apre a sospetti su possibili infiltrati, cosa che infatti puntualmente genera polemiche a ogni tornata congressuale. Questa volta, però, serpeggiano timori anche sul voto nei circoli, al quale potranno partecipare tutti coloro che rinnoveranno la tessera o si iscriveranno per la prima volta entro il 31 dicembre o comunque entro due giorni prima dell'assemblea nel proprio circolo. Ecco perché sui territori c'è l'indicazione di stare attenti a chi in queste ore busserà alla porta del partito, anche se, come confidano più segretari di zona, “non si può certo fare l'esame del sangue a chi vuole iscriversi”. 

Ma perché c'è questa sensazione? Oltre al generale senso di insicurezza di un partito ancora sotto choc per le elezioni del 25 settembre, ci sono almeno tre validi motivi razionali, di ordine squisitamente politico.

Congresso Pd: il rimpasto delle correnti

Il primo è di natura endogena. Tutti prevedono che alle primarie ci sarà una sfida tra Stefano Bonaccini e Elly Schlein, ma il quadro è stato complicato dalla discesa in campo di Gianni Cuperlo, che ha spezzato il fronte della sinistra Dem. La mossa dell'ex presidente del Pd (peraltro anticipata da affaritaliani.it) riporta il calendario indietro di dieci anni: nel 2013 vinse Matteo Renzi, seguito da Cuperlo stesso, con Pippo Civati terzo e l'outsider Gianni Pittella ultimo classificato; oggi c'è un ex renziano (Bonaccini), l'ex civatiana di maggior successo (Schlein), Cuperlo medesimo e un'altra underdog (Paola De Micheli).  Non esattamente un quadro in linea con i desideri dei tanti che auspicano una vera e propria rifondazione del partito, che rischia altrimenti di sparire come i socialisti francesi.

Non solo. Sul fronte-Schlein, la candidatura di Cuperlo viene letta come un tentativo della vecchia “ditta” di tenere tra le mani le redini del partito, ponendosi come ostacolo a quella che sarebbe una novità assoluta sia per genere, che per storia personale e politica. Al contrario, i cuperliani vedono in Schlein una sorta di “foglia di fico” che, a fronte di un rinnovamento di facciata, ha alle spalle dirigenti del Pd non certo di primo pelo, come Francesco Boccia e soprattutto Dario Franceschini, autentico ago della bilancia che ha ufficializzato una scelta di campo anch'essa ampiamente anticipata dal nostro giornale. Da qui nasce un vero e proprio rimpasto che coinvolge anche i territori, con riposizionamenti a ritmo febbrile e la consegna di fare scouting sui simpatizzanti che, iscrivendosi al Pd, potrebbero influire sul congresso fin dalla sua prima fase. Visto anche il calo delle iscrizioni, i cambi di orientamento possono risultare determinanti.

Le “OPA” lanciate sul Pd

Le altre due ragioni sono di natura esogena. L'esito del congresso Pd interessa anche ai competitor nazionali, in quanto da tempo si mormora di possibili scissioni in caso di vittoria dell'uno o dell'altra candidata. La sopravvivenza stessa del Pd è a rischio e il bottino di voti di quello che fino ad agosto era il primo partito d'Italia (a pari merito con FdI nei sondaggi) fa gola sia al M5S che al Terzo Polo. Ovviamente non c'è alcun riscontro sul fatto che stia succedendo davvero, ma nel Pd c'è il timore che da fuori si cerchi rispettivamente di orientarne le sorti verso destra o verso sinistra, per poter poi intercettare gli scontenti. 

E non finisce qui, perché le primarie del Pd si intrecciano in maniera diabolica con le regionali in Lazio e Lombardia, che si svolgeranno il 12 e 13 febbraio. La tafazziana sovrapposizione delle date (oltre a fare imbestialire i candidati nelle due più importanti regioni d'Italia) aumenta il rischio che gli avversari politici possano interferire, aumentando il senso di confusione e di lotta intestina che certo non fa bene all'immagine del Nazareno. Timori inevitabili, soprattutto in un Paese nel quale il voto è molto liquido, o solo psicosi da crisi profonda? Lo vedremo presto, perché la gioiosa macchina delle primarie si è già rimessa in moto.

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