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Mantova, a spasso con i Gonzaga tra Rinascimento e buon cibo

Quando i miei hanno detto che il fine settimana del 20 giugno saremmo andati a Mantova con Riccardo e la sua famiglia, ho pensato che mi sarei divertito: abbiamo già fatto vacanze insieme e con loro stiamo sempre bene. Su Mantova non avevo nessuna idea in particolare. La città è stata una sorpresa. Mantova è inaspettatamente bellissima! La pandemia, in qualche modo, ha costretto tutti noi che amiamo viaggiare a ripensare mete e destinazioni. Così mi sono sorpreso a girare per l’Italia che, alla fine, conoscevo meno bene di altre parti del mondo. Ogni volta è stata una sorpresa. E come se ogni luogo in Italia fosse bello, ma bello davvero. Quando si dice la Grande Bellezza, è proprio vero: ogni epoca storica – ma soprattutto il Rinascimento – ha contribuito alla Grande Bellezza per cui l’Italia e i suoi luoghi sono conosciuti in tutto il mondo.

Partendo da Milano, ho controllato su Google Maps chilometri e tempi di percorrenza e ho visto che in due ore saremmo arrivati. Così sabato mattina, dopo avere lasciato i cani a mio nonno, siamo saliti sul vecchio bolide rosso della nostra famiglia e, nonostante mio padre abbia fatto da poco il cambio di targa da Cartagine… come sempre la macchina ha fatto il suo sporco dovere e siamo arrivati a Mantova in due ore e trenta. Siamo partiti con largo anticipo, come facciamo sempre quando abbiamo appuntamento con qualcuno, diciamo che mio padre non è uno spericolato futurista amante della velocità, e così siamo anche arrivati in anticipo al primo pit-stop. Ore 13.00, ristorante Carlo Govi.

Il viaggio è stato organizzato da Paola che è bravissima, aveva organizzato anche un altro viaggio fatto insieme un po’ di anni fa per i grandi parchi americani. Il ristorante – scelto vicino a Palazzo Te, dove alle 14.45 avremmo avuto la nostra visita guidata – è stata la prima sorpresa, abbiamo mangiato davvero benissimo. La cosa che mi è piaciuta di più è stato l’antipasto: “Insalata di Cappone alla Bartolomeo Stefani”. Il gestore del ristorante ci ha detto che si prepara con il cappone lessato e sfilacciato, non con il pollo come invece viene servita in altri ristoranti. Bartolomeo Stefani, che ha inventato questa insalata, era cuoco dei Gonzaga – un cuoco seicentesco che per primo ha avuto il coraggio di abbinare la frutta alla carne. Infatti oltre al cappone nell’insalata ci sono le uvette, i pinoli e si sentiva un buon sapore di arancia che rendeva tutto ancora più buono.

Dopo il pranzo siamo andati a visitare Palazzo Te, a pochi minuti dal ristorante. La guida è stata davvero importante, perché senza di lei ci saremmo persi tanti particolari che non avremmo capito. Il suo racconto ci ha permesso non solo di comprendere meglio architettura e opere, ma di entrare nella Mantova del duca Federico II Gonzaga che il Palazzo se lo fece costruire esclusivamente come luogo di divertimento.

A Palazzo Te venivano organizzate feste meravigliose e Federico II passava in quei luoghi molto tempo con la sua amante Isabella Boschetti. Il fatto che non si trattasse della casa dove viveva, ma di un luogo destinato quasi unicamente allo svago, mi sembrava pazzesco. Ogni cosa all’interno del Palazzo è stata realizzata per sottolineare la grandezza del Duca. Anche della casata dei Gonzaga, certamente, ma soprattutto del Duca e questa sua megalomania mi ha divertito molto. Una cosa che mi ha davvero impressionato è pensare che all’interno del Palazzo lavoravano, per mantenerlo, 2.000 persone e se penso che gli abitanti del paese  in Toscana dove ha la casa il nonno sono 1.200 mi è sembrato impossibile crederci.

Alle 18.00 avevamo la messa in Duomo e, arrivati in questa magnifica basilica, ci siamo domandati come mai invece iniziasse alle 18.30. Poi abbiamo scoperto che non si trattava del Duomo, ma della Basilica di Sant’Andrea. Siamo stati fortunati a sbagliare chiesa perché forse, se avessimo beccato il Duomo al primo colpo, ci saremmo persi questa basilica meravigliosa, secondo me ancora più bella della Cattedrale.

Dopo cena abbiamo camminato per il centro di Mantova e sarà che è così bella, sarà anche per tutti i racconti della mattina… sembrava un po’ di passeggiare nel Rinascimento.

La notte è stata intensa. Alle due ha iniziato a suonare l’allarme antincendio dell’albergo e non smetteva più. Era davvero fastidioso. Mamma con il suo atteggiamento sempre ansiogeno a un certo punto è uscita in corridoio per vedere se ci fosse fumo, mentre il babbo più pragmatico ha chiamato la reception. Abbiamo scoperto la mattina dopo, a colazione, che un tizio – per chiamare il portiere di notte che si era allontanato un attimo – ha schiacciato il pulsante dell’allarme antincendio, quello nella scatoletta rossa appesa al muro. Sono arrivati anche i vigili del fuoco. A volte qualche bicchiere di troppo gioca brutti scherzi.

Domenica mattina ci siamo trovati con la guida del giorno prima, che ormai ci aveva adottati, davanti a Palazzo Ducale. E mentre a Palazzo Te, abbiamo seguito soprattutto le gesta del Duca Federico II di Gonzaga, a Palazzo Ducale il racconto era sulla storia di Mantova e dei Gonzaga nei secoli.

Nonostante la bravura della guida la visita è stata sicuramente più tosta della precedente. Il Palazzo è immenso: 900 stanze. Chiaramente noi ne abbiamo visto solo una piccola parte aperta al pubblico. Io, che mi faccio sempre prendere dalle quantità, sono rimasto impressionato dal fatto che Mantegna ci abbia messo 9 anni per realizzare la Stanza degli sposi. Nove anni sono tantissimi. Ho immaginato questo artista che per 9 anni, quasi ogni giorno, si recava in quella stanza e con i suoi pennelli realizzava un piccolissima parte di affresco, poi la sera smetteva e ricominciava probabilmente il giorno dopo. Mi è sembrato un tempo infinito.

Un altro particolare che mi ha lasciato impressionato è che la visita è durata più di un’ora e mezza, ma – malgrado tutto questo tempo – abbiamo passato quasi di corsa molte sale senza soffermarsi su nessun quadro, perché meno importanti rispetto alle tele di Rubens o di Mantegna. Solo che questi quadri, che noi non abbiamo considerato, erano comunque molto belli e alcuni di artisti molto quotati. Così mi è venuto in mente quando un amico di mia mamma mi disse che, solo con quello che noi abbiamo nelle cantine di Brera, gli americani ci avrebbero fatto alcuni musei.

Terminata la visita siamo andati a vedere il Duomo, che avevamo “bucato” la sera prima, e finalmente a pranzo. Poi nel primo pomeriggio abbiamo preso il battello, per attraversare i laghi che si formano dal Mincio, e vedere cosi Mantova dall’acqua. La gita sul Mincio ci ha permesso di vedere Mantova da una prospettiva tutta diversa, che fa pensare a Venezia.

Il Mincio è ricco di pesci che guizzano in modo sorprendente, sembra che volino e così abbiamo avuto anche un fuori programma. Uno meno furbo, forse si era fatto un drink di troppo con il nostro amico dell’allarme, ha pensato con un guizzo di saltare sul piano basso del battello e ha iniziato a dimenarsi perché fuori dall’acqua. Mia mamma, che ha assistito al tentato suicidio in diretta, ha iniziato a correre per la barca alla ricerca di inesistenti capitani di vascello che avrebbero dovuto correre in soccorso del pesce, mentre il papà di Riccardo più semplicemente lo ha preso per la coda e ributtato in acqua.

Mantova vale una visita di un weekend, una settimana, forse anche un mese. È davvero bellissima, ma forse è meglio andarci in autunno. Magari i nostri 30 gradi all’ombra, ve li risparmierete.

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