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Il quadro

L’IMPRENDITORE AGRICOLO PUO’ FALLIRE?

 

Angelo2
 

L’articolo del 15 luglio scorso dal titolo “l’impatto del CCII sulle aziende agricole” ha suscitato molto interesse e diversi sono stati i quesiti che mi sono stati posti, a cui ho provveduto a rispondere singolarmente.

Ad alcuni di loro, però, trattandosi di argomenti di carattere generale, rispondo in questa sede.

L’argomento, essendo abbastanza complesso e per evidente ragioni di spazio, preferisco dividerlo in due parti di cui la prima riguarda l'odierno articolo, mentre la seconda, oggetto del prossimo articolo

“l’imprenditore agricolo, nel caso in cui sia sovraindebitato, deve adottare una delle procedure previste dalla legge fallimentare oppure può fare ricorso alla legge 3/12?

nonchè esaminerà le citate problematiche anche alla luce del Codice della crisi e dell’insolvenza (D. Lgs. nr. 14/19).

E’ opinione diffusa tra gli operatori del settore che l’imprenditore agricolo non può fallire, ma le cose stanno differentemente.

Analizziamo il problema.

Riferimenti normativi

  • L’art. 1 della L. F. (Legge Fallimentare) dispone che sono soggetti alle norme del fallimento gli imprenditori che esercitano una attività commerciale, esclusi gli enti pubblici, che abbiano superato determinati parametri.
  • L’art. 2135 del codice civile stabilisce che è imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse.

Evidenzia, altresì, che per coltivazione del fondo, per le citate attività si intendono le attività dirette alla cura e allo sviluppo del ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo medesimo, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine,

mentre per le attività connesse precisa che

si intendono connesse le attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge.

L'estensione alle attività agricole di quelle connesse volute dal legislatore nel 2001, ha avuto come logica conseguenza che queste ultime non rientrano nelle attività tipiche dell’agricoltura e ai fini fallimentari vanno trattate come quelle commerciali.

Si comprende, facilmente che, ove la coltivazione, l’allevamento e la silvicoltura, nel loro insieme perdessero il carattere della prevalenza, pur rimanendo la “classificazione di azienda agricola”, di fatto l’impresa diventerebbe un soggetto diverso con la conseguenza che, superati i parametri di legge, perderebbe “l’immunità” della fallibilità.

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Ciò detto, ritengo di poter concluder, senza ombra di dubbio, per essere considerati soggetti NON FALLIBILI non sia sufficiente la sola iscrizione nel Registro delle imprese tenuto presso la Camera di Commercio o di aver ricevuto aiuti comunitari destinati alle imprese agricole, ma provando in concreto la prevalenza dell’attività agricola rispetto a quella connessa.

L’esistenza di circostanze che precludono la dichiarazione di fallimento deve essere dimostrata dal debitore, che ha l’obbligo, in concreto, di provare lo svolgimento dell’attività agricola e, se vi è attività connessa, la sua prevalenza.

Sentenze:

  • Corte di Cassazione nr. 16614/16
  • Tribunale di Pescara N. R. G. 90/18
  •  Corte di Cassazione nr. 17397/15

Lo stesso orientamento lo ha conservato il D. Lgs 14/19 CCII (codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza che diventerà operativo integralmente alla data del 16 agosto 2020) che, all’art. 121 stabilisce “le disposizioni sulla liquidazione giudiziale (il termine fallimento è stato sostituito con liquidazione giudiziale) si applicano agli imprenditori commerciali che non dimostrino il possesso congiunto dei requisiti di cui all’art. 2, comma 1, lett. d, e che siano in stato di insolvenza.(I parametri sono gli stessi di quelli della odierna L. F.). - L’art.2 definisce l’impresa minore.

Potete inviare i Vostri quesiti a: angelo@andriuloweb.it

Oppure all’Associazione culturale “Per saperne di più”: info@persapernedipiu.it

 

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