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Culture
Il tempo nelle opere di Jorge Peris

di Lucilla Noviello

Jorge Peris è un artista che difficilmente possiamo ancora definire giovane, nonostante i suoi quarantacinque anni di età. Le sue installazioni trovano spazio in alcuni musei europei di arte contemporanea, dal Macro di Roma, in Italia, al Marco di Vigo, in Spagna, e molti altri ancora. Dolmen, Sinfonia n.7 è la mostra che a Roma lo ospita fino al 30 aprile 2015 all’interno della Galleria Il Magazzino, in cui una quarantina di opere rappresentano la sua ricerca poetica che qui raccoglie, conserva, trasforma e soprattutto osserva lo scorrere del tempo sui prodotti della natura e su alcuni oggetti della nostra epoca. Elementi del regno animale ma anche di quello materiale sono fusi insieme in una continuità salina – che funge quasi da collante. Nel Baston Tortuga o in Barita Magica – in cui le suggestioni a volte ricordano Magritte, altre Duchamp ma anche tutta l’arte concettuale nella sua purezza ideologica -  essi diventano l’involontario specchio del pensiero di chi osservando si sente come uno spettatore sopravvissuto ad una storia che ha cancellato ogni memoria culturale, conservando solo – in un ipotetico futuro,  privo di colori e di elementi emozionali discosti da quelli della percezione semplice, ma anche per questo soprattutto  chiaro e non necessariamente infelice – i fossili di un feto, di un bastone, di un surrogato di edificio religioso. Ai piedi di un monte che non può essere visto o sulle spiagge di un’isola che sappiamo abitata dall’artista ma che per noi, che guardiamo, resta soltanto l’idea marosa di una terra circondata da rive cui si frange un mare nel quale, un lontano giorno, era vivo un pesce spada che poi è diventato – nello scorrere dei secoli e dei millenni – pietra o ferro addirittura, tali sassi e tali metalli, le cartilagini indurite, sono la traccia involontaria di una natura che non giudica e non sa. Le opere di Jorge Peris sono poetiche e molto facili, nonostante tutto, poiché terribili e inevitabili, come l’odissea di ognuno, l’esilio e la morte ineluttabile. Sono a volte il termine del mito ma anche l’elemento più topico del genere fantasy. Sono vaporose e aperte nella involontaria leggerezza dei materiali organici oppure  sono solo ricordi dei manufatti sopravvissuti dei quali conservano le impronte, in qualche modo, di chi le fabbricò e poi utilizzò, anche. Sono incombenti come i templi dove il Dio parla: c’è tutta la storia tenera e compassionevole in queste opere di un mondo che è ora ed è stato chissà quando; un mondo che ancora rappresentiamo e che poi in questo modo ci rappresenterà. Un mondo che lasceremo, infine, e resteranno solo i nostri feti imbalsamati, freddi e pietrosi. Ma anche tutta questa bellezza che, chissà come, sopravviverà.

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