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Culture

di Nunzio Dell’Erba

C’era una volta Giorgio Bocca che denunciava la «disunità d’Italia» per «l’inferno» esistente nel territorio meridionale della nostra Penisola. Adesso ci sono i giornalisti G.A. Stella e S. Rizzo, che nel loro libro Se muore il Sud (Feltrinelli, Milano 2012, pp. 318) ci danno un quadro desolante e devastante di queste «lontane lande meridionali» considerate dai partiti politici «serbatoio di voti» (p. 7). Nulla da eccepire sulle loro impetuose denunce, se non fosse per la faciloneria con cui ricompongono gli aspetti peculiari della cosiddetta «questione meridionale». Nessuno nega la gravità della crisi culturale, economica e politica del Mezzogiorno d’Italia, ma non si possono trascurare precise responsabilità storiche e politiche, che non riguardano un «andazzo antico» risalente alla dominazione spagnola (p. 10) o addirittura all’invasione della Sicilia da parte di Ulisse raccontata da politici poco accorti e messi in rilievo dai due giornalisti del «Corriere della Sera» (p. 58). In un libro raffazzonato, collage di articoli in parte già pubblicati sul giornale meneghino, si evidenziano anomalie e storture della politica amministrativa, alcune estensibili ad altre realtà locali, ma altre tipiche della Puglia e della Sicilia: si leggano le considerazioni sulla Cassa regionale per il credito alle imprese artigiane siciliane (Crias), riprese da un articolo del 31 luglio 2013 di G.A. Stella e copiate da un altro di M. Viola apparso il 23 luglio sul giornale online «BlogSicilia». Così per gli autori la Sicilia diventa la prima regione che usufruisce dei finanziamenti europei, quando in realtà a detenere il primato è la Lombardia con i suoi 298.842 progetti. Lo ha notato un giornalista del quotidiano napoletano «Il Mattino», rilevando come «sugli oltre 700 mila progetti del ciclo di finanziamenti europei 2007-2013, dei quali più di mezzo milione (il 73% è finito nel Centronord».

Nell’undicesimo capitolo Stella e Rizzo elencano i finanziamenti elargiti da Bruxelles al Sud, tra i quali ricordano la trattoria di «don Ciccio» che ha ricevuto 3541 euro per preparare «a pasta cu finocchiu e i sardi» e dimenticano che una ditta friulana ha ricevuto 1500 euro per preparare «un insaccatore di salumi», mentre la regione originaria di Stella ha incassato 4875 euro per controllare «la sicurezza alimentare» della «polenta Valpadana». Che senso ha allora citare una frase di Curzio Malaparte, – secondo cui «la peggiore forma di patriottismo è quella di chiudere gli occhi davanti alla realtà» (p. 66) – impossibile a trovare nel libro La pelle (Vallecchi, Firenze 1961) di ben 490 pagine. A chiudere gli occhi non sono i meridionali abituati a decenni di malgoverno e d’inefficienza dei servizi! Che senso ha citare un brano del saggio La piccola borghesia intellettuale («La Voce» 16 maggio 1911, poi in G. Salvemini, Problemi educativi e sociali dell’Italia d’oggi, La Voce, Firenze 1922, pp. 31-32) senza che gli autori citino le pagine e cambino i verbi, aggiungendo la prima parte non presente nel brano (p. 16)? I riferimenti storici lasciano un po’ a desiderare: la Relazione finale di Jacini non fu pubblicata nel 1880 (p. 37), ma nell’estate di quattro anni dopo (vedi S. Jacini, Relazione finale, Forzani, Roma 1884); ai tempi di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II (p. 39) le regioni meridionali non potevano ricevere alcun aiuto dall’Europa in quanto questa non esisteva come organismo sovranazionale. Le scansioni storiche sono importanti per conprendere la storia dell’Italia contemporanea, alla pari dei riferimenti storici, ai quali i due giornalisti non si possono sottrarre in una seconda edizione. Nunzio Dell’Erba

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