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Esteri
Il caso dello Zimbabwe spaventa la Bce


Tardi per cambiare — Capita a volte di trovare nelle tasche di un indumento non più usato un biglietto di banca, magari un resto messo via frettolosamente e poi dimenticato. Nel caso il biglietto fosse una banconota da cento trilioni di dollari dello Zimbabwe, sappiate che da sabato 30 aprile non vale più niente—non che valesse molto prima... Quando lo Zimbabwe ha introdotto il suo dollaro nel 1980, valeva più del dollaro Usa, cioè, US$1,47. Siccome però non è che tirasse tanto l’economica locale, dopo un paio di decenni aveva perso molto del proprio valore. Il tasso d’inf lazione era del 16% nel 1996, del 48% nel 1998 e del 599% nel 2003. A quel punto, dovendo coprire i suoi debiti, lo Stato zimbabweano ha “sbraccato”, mettendosi semplicemente a stampare i soldi che servivano. Nel 2008 il tasso d’inf lazione annuo ha raggiunto il 231.150.889%, ossia il duecentotrentunmilionicentocinquantamilaottocentoottanantanove percento. Detto diversamente, quel biglietto da cento trilioni di Z$ nel cappotto smesso valeva circa trenta dollari Usa—almeno a una certa ora del 16 gennaio del 2009. Poco dopo la Reserve Bank of Zimbabwe si è arresa e ha smesso di stampare soldi. Ora il Paese tira avanti usando la valuta altrui, perlopiù dollari Usa e sterline, ma anche euro, rand sudafricani e pula del Botswana —quello che capita. La Reserve Bank ha annunciato l’anno scorso che avrebbe “smonetizzato” il vecchio “ Z-dollar ”, rendendo ai possessori del contante un dollaro Usa per ogni 250 trilioni di dollari locali, mentre i correntisti delle banche avrebbero ricevuto, più semplicemente, US$5 per ogni saldo attivo fino a Z$175 quadrilioni. L’offerta è però scaduta alla fine del mese scorso. È troppo tardi per approfittarne. In un’epoca di tassi d’interesse negativi—quando a livello delle banche centrali è d’uso pagare il debitore perché accetti un prestito anziché viceversa, come si usava una volta—può nascere il sospetto che si sia rotta l’idea stessa dei soldi—e forse non solo quelli dello Zimbabwe. Alle prime avvisaglie del crac delle economie occidentali, sulla scia di quello delle ipoteche “ subprime ” negli Usa, il prezzo del petrolio è schizzato da circa $60 al barile a metà 2007 ai $147 al barile nel luglio 2008. Più tardi il fatto sarebbe stato attribuito all’esplosiva espansione del consumo cinese. Col senno di poi, viene da chiedersi se non fosse piuttosto la valuta a valere improvvisamente di meno—forse per un eccesso di “ingegneria finanziaria”— e non il greggio a valere di più. Possiamo ridere degli zimbabweani perché hanno barbaramente reso “virtuale” la loro valuta stampando troppi zeri su dei pezzi di carta. In Occidente invece, abbiamo creato dei soldi dal valore negativo—al punto che bisogna pagare purché si accettino—spostando dei bit e byte nei computer. Pochi giorni fa la Banca Centrale Europea ha annunciato che dal 2018 non si produrranno più le banconote da € 500, troppo usate per l’evasione fiscale e nell’economia criminale. Nel suo comunicato la BCE fa però una curiosa precisazione: “ La banconota da € 500 continua ad avere corso legale e preserverà sempre il suo valore”. Che possa restare “legale” è un conto. Per preservare invece il valore, basta che una banca centrale lo dica? Non è bastato allo Zimbabwe, nemmeno stampato sulla carta.

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