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Politica
Incognite quesiti e blitz di Grillo. Così Draghi ha spaccato il M5s
Foto: LaPresse

Ed ecco che torna Rousseau. Quando il Movimento è in crisi d’identità si rifugia nella piattaforma online e chiede soccorso alla base. O meglio ricorre alla base per prendere tempo su una linea magari già decisa, ma che crea scompiglio tra gli eletti. Come sta succedendo adesso con il M5s alle prese con la decisione se appoggiare o meno il governo Draghi. Nonostante sia per certi versi già arrivata al nascente esecutivo la benedizione del garante Beppe Grillo, sceso apposta a Roma per le consultazioni. Senza contare gli appelli alla responsabilità di Luigi Di Maio e di Giuseppe Conte, che si è aggiunto in corsa. La verità è che in casa M5s c’è subbuglio e, come se non bastasse, ad aggiungere maggiore scompiglio sui Cinque stelle è piombato anche il voto su Rousseau.  

I pentastellati, infatti, sono spaccati come una mela e quella del dissenso è più che una fronda. Almeno a Palazzo Madama. Si tratta, è vero, di una quindicina di deputati, ma di mezzo gruppo al Senato. Non proprio quattro gatti. Anzi, c’è chi fa di conto e dice che sono oltre 40 i senatori schierati sulla linea del no all’esecutivo guidato dall’ex numero uno della Bce. Tra i capofila, Alessandro Di Battista a parte, ci sono grillini della prima ora come Danilo Toninelli e Barbara Lezzi, che insite sulla linea dell’astensione piuttosto che di partecipare ad un esecutivo con Lega e Forza Italia. Una posizione sulla quale si stanno ritrovando diversi parlamentari. Una fonte qualificata, ad Affaritaliani.it, la spiega così: “Non ci facciano credere che la vita o la morte del governo nascente dipenda da noi perché questo esecutivo ha già una maggioranza autonoma. Il Movimento incide molto meno che nei governi precedenti, inutile raccontarci storie diverse”. E quindi? “Quindi, sarebbe più dignitoso astenersi e votare di volta in volta le misure che condividiamo”.  

Proprio i parlamentari che dicono no al governo Draghi sono tra coloro che salutano più favorevolmente la consultazione della base, coltivando la speranza che gli iscritti avallino la loro posizione. Ma è questa consultazione in sé ad essere un ulteriore motivo di attrito interno. In molti non hanno per nulla digerito il ricorso alla piattaforma: “E’ prerogativa del capo politico deciderne il ricorso - spiffera un deputato M5s -, ma poteva anche decidere di non avvalersi di questa facoltà”. Come a dire che forse quest’altra “pena” al Movimento poteva essere risparmiata. “Ma come, stiamo dando a Davide Casaleggio la possibilità di rinvigorire la piattaforma? Complimenti, davvero un’ottima mossa”, è il commento più acido che si fa a Palazzo. “Qui non si tratta di un no a prescindere a Rousseau - continua invece il deputato -. La critica nasce casomai dalla convinzione che non sia più da tempo espressione della democrazia diretta. Non a caso salta fuori random. Per quel che mi riguarda, sono convinto che sia uno strumento utile quando si tratta di prendere decisioni che riguardano il M5s e i suoi portavoce. Ma un conto è la scelta dei candidati un altro è l’emergenza nazionale in cui ci troviamo”.

Dalle scorse politiche, a ben guardare, le volte che Rousseau è stato chiamato in causa si contano sulle dita di una mano. E’ successo sul caso Diciotti e l'autorizzazione a procedere chiesta dal tribunale dei ministri nei confronti del ministro Matteo Salvini, a febbraio del 2019, per esempio. Come pure sui capilista blindati alle Europee. Ma la base è stata tirata in causa anche quando si è trattato di dare il via o meno al governo con la Lega prima e col Pd poi.  

Comunque, ormai, il voto è fuori discussione. Mentre Draghi è impegnato a chiudere le consultazioni e persino la Lega, dopo aver dibattuto al suo interno, ha preso una decisione e si è compattata su quella, il Movimento si fa attendere. Si dirà che il Carroccio è un partito e funziona come una caserma e che il M5s, essendo appunto un movimento, segue logiche diverse. E’ vero, ma è altrettanto vero che una simile obiezione lascia un po’ il tempo che trova. Finché è stato al governo (fino a poche ore fa non solo per gli affari correnti, ndr), infatti, si è comportato a tutti gli effetti come un partito, perfettamente integrato e a suo agio nel sistema.

Comunque, se il voto è scontato a partire da domani, ora il malessere si concentra sul quesito o sui quesiti che verranno posti. E’ stata già bocciata, come raccontano al nostro giornale, l’idea di formulare le domande corredandole con gli scenari che una eventuale risposta positiva o negativa comporterebbero. “Spero solo, a questo punto, che si tenga conto del lavoro che abbiamo portato avanti fino ad ora sul Recovery e degli sforzi che abbiamo fatto – alza le mani un insider pentastellato – Il Movimento non può vivacchiare, deve assolutamente essere protagonista della fase nuova che si apre per il Pase. Se il quesito, alla fine, fosse un secco Draghi sì-Draghi no sarebbe un grave errore. Una semplificazione estrema senza senso”.

E se, alla fine, gli iscritti dovessero opporsi al governo Draghi? “Anche su questo ci si interroga. Io - conclude – in quel caso mi affiderei al nostro garante. D’altronde, da Grillo una benedizione all’esecutivo è già arrivata”. Tradotto, dunque, il comico genovese potrebbe decidere che venga ignorato il verdetto della piattaforma. Un fatto clamoroso? Mica tanto. E’ già successo in passato. Il caso ligure, quando Grillo annullò il voto delle comunarie che avevano incoronato la candidata Marika Cassimatis, è ormai agli atti. Era il 17 marzo del 2017 e il fondatore disse al Movimento: “Fidatevi di me”. Insomma, nelle prossime ore può succedere ancora tutto e il contrario di tutto. Di questo sì che c’è da fidarsi…

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