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Architettare
Le radici dell’Architettura

“L'architettura non si inventa, l’architettura si trova”, afferma il Prof. Attilio Petruccioli – che ha insegnato, per 50 anni, Architettura del Paesaggio, tra Roma, Boston, Bari e Doha – durante il quarto appuntamento del ciclo di seminari “Pensare l’Architettura”, presso il Politecnico di Bari. E questo che dà senso al suo percorso alla ricerca dell’origini, delle radici dell’Architettura. Un’architettura che sembra quasi nascere nel grembo della terra per poi rivelarsi conquistando la luce che è al di fuori dello spessore del suolo; un’architettura scavata che emerge e si fa, nel tempo, additiva, radicandosi al suolo. 

Il filo della storia non si è mai interrotto. Esiste un’impronta originaria che si tramanda nel tempo, modificandosi. Come i geni si tramandano di padre in figlio, l'arte del costruire si trasmette di generazione in generazione, per “imitazione” di un’informazione replicabile. Attraverso quello che l’etologo e saggista Richard Dawkins, nella metafora che riguarda la genetica della cultura, definisce il Meme (dal greco mímēma, “imitazione"): il “gene egoista” preoccupato, come è, della lotta per la propria sopravvivenza. 

Il Meme, affetto da mutazioni durante la replicazione, lascia sempre una traccia nella storia, nei paesaggi, nelle città, nelle architetture. E in un percorso a ritroso, chi progetta il futuro, prendendo la matita in mano, deve riuscire sempre a toccare l’origine. Il senso dell’architettura è nella storia, nella tradizione eredita, nella capacità di saperla leggere, interpretare e aggiornare, con coscienza critica. Il compito dell’Architettura consiste nel modificare l’origine e nel disvelare il senso delle cose: un compito già annunciato nell’etimologia stessa della parola. Nella radice archè (dal greco ἀρχή) riecheggia tutto il pensiero filosofico della tradizione, la ricerca di ciò da cui tutto proviene; nella parola tèchne (dal greco τέχνη), tutto ciò che è tangibile, misurabile, ogni operazione dell’uomo tesa a modificare e trasformare le cose di natura.  

Qualsiasi paesaggio risulta modificato dall’attività umana e si configura, per questo, come paesaggio culturale. Percorre, sostare e produrre sono i tre gesti primordiali che determinano la strutturazione antropica di un territorio; recingere e coprire sono le due forme simboliche originali che identificano l’insediamento di una comunità in un ambito geografico. Il suolo naturale diventa suolo abitato. I percorsi, gli insediamenti, le aree produttive partecipano, così, alla costruzione di un «tipo territoriale», nel quale l’architettura riesce a farsi carico della dimensione di un paesaggio aperto all’infinito: le gerarchie scalari perdono di significato, insieme alla distinzione tra soggetto ed oggetto, tra sfondo e figura. Il paesaggio diventa architettura; l’architettura, a sua volta, si trasforma in paesaggio. Il territorio non si configura più come una tabula rasa aperta ad ogni trasformazione. Al contrario, esso è suolo narrante, memoria di un paesaggio in costruzione: testimonia un sistema di relazioni, stratificate nel tempo e nello spazio, tra parti collaboranti: elementi naturali, caratteristiche geomorfologiche, insediamenti, modalità d’uso del suolo per fini produttivi, variabili storiche, matrici culturali. Tracce nascoste o interrotte, talvolta cancellate, esprimono ordini di natura geografica ai quali ricondurre la costruzione del territorio. Costruiscono lo spessore del territorio come stratificazione, o forse, meglio, come palinsesto: come manoscritto antico, raschiato via dalla pergamena e sostituito da un nuovo testo, nelle cui interlinee rimane possibile la lettura, anche parziale, del vecchio sottostante. Il suolo non è, dunque, un piano astratto ma costituisce un’esperienza architettonica: la sua morfologia determina la struttura portante del sistema insediativo. Dell’architettura del suolo, non fanno parte solo pieghe e cavità naturali, monti, valli, fiumi, compluvi e displuvi. Le direttrici viarie, quelle infrastrutturali, i confini di proprietà, l’attacco a terra dei singoli edifici, sono i segni antropici sedimentati, impressi nello spessore del suolo.  

La comprensione dell’ossatura portante del territorio, nel processo di trasformazione determinato dall’uso antropico, non può prescindere dalla lettura dei percorsi che ne costituiscono la prima forma di strutturazione. Le vie di comunicazione instaurano un sistema di relazioni territoriali tra gruppi di insediamenti: percorsi ed architetture si uniscono nella costruzione di un paesaggio, che si configura come sistema, nel quale la forma insediativa, isolata o aggregata, costituisce una pietra miliare nella topografia dei luoghi. 

Per quanto esitano territori quasi esclusivamente percorribili, come il mare, il cielo, i deserti, non ci si può insediare in un luogo senza averlo prima raggiunto. Dopo le percorrenze, le successive fasi di antropizzazione, che incidono processualmente sull’ordine naturale di un luogo, sono costituite, rispettivamente, dall’insediamento, dall’utilizzo produttivo di un campo, di un pascolo o un bosco, sino alla costituzione di nuclei protourbani o urbani, quali nuclei di scambio e di attività manifatturiere.  

Le quattro fasi, descritte da Gianfranco Caniggia e Gian Luigi Maffei – nel volume Composizione architettonica e tipologia edilizia. Lettura dell’edilizia di base –, corrispondono, infatti, ad altrettante fasi di sviluppo della civiltà umana: il nomadismo, legato alla caccia e alla raccoglitura elementare; la stanzialità stagionale, legata alla caccia stagionale e alla raccoglitura delle messi, ovvero al ciclo della flora; la stanzialità assoluta, legata alla pastorizia e all’agricoltura. Seguono ulteriori fasi, legate a una sempre maggiore specializzazione delle attività, che non introducono ulteriori particolari bisogni primari, né sostanziali trasformazioni antropiche. Il territorio si trasforma nel passaggio da una economia autarchica, rivolta alla pura sussistenza, ad una economia basata sullo scambio, attraverso una progressiva occupazione del territorio da monte a valle, per quanto siamo abituati a guardare e vivere il territorio da una opposta prospettiva: ovvero a percorrere, abitare e coltivare il fondovalle. Invece, la prima struttura realizzata dall’uomo in un territorio è il percorso di crinale, lungo la linea di displuvio, tra due bacini fluviali, lì dove si può camminare all’asciutto e da cui si gode della miglior visuale di controllo del territorio. Un luogo strategico e sicuro che, raramente, si presta all’ubicazione di un insediamento a causa dell’assenza di acque sorgive, solitamente poste a una quota inferiore. 

In un secondo tempo, la stanzialità permanente favorisce la nascita dello scambio e il formarsi di relazioni tra nuclei urbani elementari, connessi questa volta, attraverso i compluvi, ovvero i controcrinali: percorsi a mezza costa, alla quota delle sorgive. Così, la fascia abitata inizia a scendere verso il fondovalle, ad eccezione delle aree di pianura che sono il frutto di un artificio, in quanto costruite dall’uomo. Esistono sotto forma di palude o terra arida, spesso seguendo l’alternanza stagionale, e diventano abitabili grazie all’ingegno di grandi civiltà che sviluppano strutturazioni artificiali in grado di sopperire alla mancanza di un sistema naturale di autoregolazione idrica proprio delle aree collinari e medio-montane. Si pensi alle civiltà formatesi nelle valli del Gange, dell’Indo, del Nilo e dell’Eufrate o a quelle marittime, dei Cretesi-Micenei, dei Greci e dei Fenici. Esaurite le possibilità produttive dell’entroterra le più grandi civiltà insediatesi nei fondivalle hanno riconquistato il territorio, risalendo le aree interne, espressione di un livello di civiltà meno evoluto. 

Il territorio è, dunque, un organismo in costruzione, inciso dalle tracce dell’esperienza umana, in continua evoluzione. L’insediamento urbano si struttura lungo precisi capisaldi geografici che raccontano la storia di un territorio e di una civiltà. Il modello territoriale, contro ogni antica visione urbanocentrica, diventa il punto di partenza per il progetto della città, parte di un sistema geografico nel quale i tracciati terrestri e le vie di attraversamento dell’acqua ne costituiscono l’ossatura portante principale.  

 

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