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Jungle Guide, sul sentiero dei mercati
La Brexit vista da dietro uno schermo di Borsa

È stato un anno così pieno di eventi eccezionali da far quasi scomparire dall’orizzonte finanziario ed economico ogni considerazione sull’esito dei negoziati relativi alla Brexit.

Eppure ormai ci siamo: deal o no deal, il 31 dicembre Londra uscirà non solo formalmente, ma anche effettivamente dall’Unione Europea. Il fatto che a meno di due settimane dalla scadenza non si sia ancora riusciti a definire una qualsiasi forma di accordo sulle future relazioni economiche tra la UE e l’Inghilterra dovrebbe essere motivo di profonda ansia per gli investitori internazionali, vista anche l’importanza che la City riveste nel circuito finanziario internazionale. Invece di Brexit se ne parla veramente poco, almeno in relazione all’importanza di tale evento: sembra quasi che l’esito dei negoziati tra Boris Johnson ed Ursula Von Der Leyen sia dato per scontato. O che l’esito sia irrilevante. Proviamo a dare una possibile spiegazione, almeno dal punto di vista di un investitore istituzionale.

Innanzi tutto il contesto: il lungo conflitto negoziale legato all’uscita inglese dall’Europa (politica) avviene mentre tutti i governi e le banche centrali sono impegnati a sorreggere l’economia globale di fronte alla più grave crisi economica del dopoguerra, come conseguenza della pandemia da Covid. I massicci acquisti di asset finanziari e le forti iniezioni di liquidità, uniti al drammatico aumento di spesa pubblica, hanno di fatto anestetizzato la reazione degli investitori: non si scommette contro un giocatore che ha un potere di spesa illimitato, ed ormai tutti nelle sale trading l’hanno capito. La stabilità dei mercati finanziari è diventato uno strumento non solo economico, ma anche politico; semplicemente non verrà permesso un loro calo disordinato. Siamo quindi in un’era di mercati “gestiti”, o manovrati che dir si voglia (managed markets è la definizione più in voga attualmente). Quindi nessuna sorpresa se i titoli inglesi, e la sterlina, non registrino particolari oscillazioni. Certo, le valutazioni rispetto ai pari-grado internazionali sono crollate, ma in modo progressivo: nessun crash di mercato.

Deal o No Deal? A mio avviso una separazione senza accordo è possibile, ma non credo che succederà granché sui mercati al riguardo. Perché No Deal? Innanzi tutto più che le ragioni economiche qui contano questioni di principio: per Londra è essenziale recuperare in pieno la propria sovranità, e la forza con cui Boris Johnson ha vinto le elezioni è la più plastica dimostrazione che, anche nel caso di un secondo referendum, gli inglesi “se ne vogliono andare”. A qualsiasi costo, credo. Per Bruxelles ugualmente è in gioco una questione di principio: dimostrare che “fuori” dalla UE si sta peggio.

A ciò si aggiunge un’ulteriore, ma vitale, necessità: evitare che un accesso privilegiato dell’Inghilterra al mercato comunitario costituisca un cavallo di troia per distribuire merci globali bypassando le normative europee. Questo vuol dire level playing field: sul Mercato Comune si gioca ad armi pari, per cui se da Oltremanica arrivassero beni non conformi alle normative continentali (pensiamo alle disposizioni in fatto di alimentazione e sicurezza sanitaria dei prodotti) sarebbe la fine dell’Unione commerciale. Ovviamente, BoJo non può ingoiare un trattato che detti l’ottemperanza dei beni e servizi inglesi a norme stabilite altrove: che sovranità sarebbe? C’è poi il problema irlandese, con l’impossibilità di conciliare l’assenza di una frontiera fisica tra Belfast e Dublino, con la necessità appunto di negoziare un nuovo accordo commerciale, che appunto qualche forma di controllo lo dovrà necessariamente prevedere. Insomma, dice Michel Barnier, caponegoziatore europeo: se state fuori dall’Unione, non potete accedere al nostro mercato come prima, e per farlo dovete rispettare le nostre regole.

Ci fossero ancora mesi prima della scadenza, potremmo forse sperare in una soluzione di compromesso; ma ormai mancano 15 giorni. Il tempo è scaduto. A mio avviso entrambi andranno avanti a negoziare fino alla fine, appunto per dimostrare di “avercela messa tutta”, ma che non c’è accordo per l’ostinazione della controparte. Quindi No Deal, eventualmente con la promessa di trovare una soluzione più avanti.

Se questa è la possibile fine della saga-Brexit, quali riflessioni per i mercati? Lo dico subito: potrebbe succedere poco o niente; ed eventualmente la notizia potrebbe anche essere un motivo per far decollare gli asset finanziari inglesi.

Ragionerei così.

L’Inghilterra è già nella peggiore recessione degli ultimi 300 anni, e gli stimoli di politica economica (locali e globali) dovrebbero consentire un vigoroso rimbalzo del PIL per il biennio 2021-’22. La Brexit potrebbe impattare sulla forza della ripresa, ma non tanto da modificarne sensibilmente la traiettoria. Inoltre l’uscita senza accordo darebbe a Whitehall la scusa perfetta per avviare nuovi programmi di stimolo, con la BoE pronta ad acquistare tutti i titoli di stato emessi per finanziarli. Tanto ormai questa è la moda (anzi la “dottrina”) di tutti i governi, no? Ancora più liquidità sui mercati, rispetto alle attese degli investitori, è sempre una buona ricetta per sorreggere i listini. Inoltre le valutazioni relative della Borsa inglese sono ai minimi degli ultimi 20 anni, rispetto agli altri mercati sviluppati. Infine bisogna sempre tenere presente che per chi investe professionalmente c’è solo una cosa peggiore di una cattiva notizia. Ed è l’incertezza: un evento negativo lo posso prezzare, ma l’assenza di notizie è ingestibile. Quindi mi aspetterei che, magari dopo un’iniziale disorientamento, i gestori di mezzo mondo cominceranno a prezzare non solo gli effetti negativi della notizia (peraltro già molto discussi, e quindi in parte almeno già nelle valutazioni attuali), ma anche l’upside derivante dalle eventuali contromisure attivate dal governo per attenuarne le conseguenze.

A sostegno di tale ipotesi cito anche la solidità mostrata dalla Sterlina, che tra alti e bassi continua a rimanere ben lontana dalla parità con l’Euro: anche in caso di mancato accordo, fatico a vedere la divisa inglese sotto 1,05. A meno che non sia il risultato di una precisa scelta di politica economica, volta a sostenere l’economia britannica anche grazie alla svalutazione (che tuttavia verrebbe letta in positivo per l’azionario londinese).

Di qui la possibile “sorpresa” di un movimento inatteso o controintuitivo rispetto alla possibile notizia negativa.

Se Johnson potrebbe anche permettersi, politicamente, di avallare una hard brexit, rivendicando la sovranità inglese e beneficiando nel breve degli effetti positivi dell’uscita dalla pandemia, il vero rischio a mio avviso risiede nella minaccia scozzese di una separazione più marcata (secessione?) dal Regno Unito: in fondo se l’Inghilterra può andarsene dalla UE, perché Edimburgo non può abbandonare Londra? E ricordiamoci che la Scozia votò convintamente per il Remain. Però bisognerà attendere le prossime elezioni, e restando un tema squisitamente politico, non credo che – per chi vive dietro gli schermi collegati alle borse – questo sia un tema da prezzare nell’immediato.

*strategist finanziario e autore del libro "Jungle Guide"

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