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Esteri
Dopo il tracollo dell'Afghanistan, serve un'Unione Europea più forte e coesa

La forza della disperazione di chi è disposto ad appendersi alle ruote di un aereo che decolla non si può fermare: in un modo o nell'altro, le vittime dei talebani troveranno un modo per lasciare l’Afghanistan. Per questo motivo, una politica lungimirante dovrebbe discutere di come accogliere i profughi, invece che dibattere se farlo o meno.

Il tema del dovere morale di aiutare gli afghani dovremmo averlo già smarcato con le necessarie ammissioni di colpa da parte dell’Occidente che per vent’anni ha alimentato l’illusione di poter esportare la democrazia in un Paese che invece ha dovuto lasciare in condizioni peggiori di prima. Ed anche – è il caso di aggiungerlo – con l’altrettanto giusta ondata di commozione che ha accompagnato la scomparsa di un grande uomo come Gino Strada: se potesse decidere lui, certamente baratterebbe la doverosa intitolazione di una piazza di Milano con un fattivo aiuto alle vittime innocenti di questo lacerante conflitto che in realtà non si è mai interrotto. Non è difficile immaginarlo: è quello che la sua Emergency ha sempre fatto e che continua a fare, anche quando tutti scappano.

Un segnale confortante arriva dalla presa di posizione del Sindaco di Milano Beppe Sala e di numerosi suoi colleghi di altre città italiane, che si sono dichiarati disponibili ad accogliere i profughi. La situazione è decisamente meno chiara in Europa, come spesso accade. Carlo Fidanza di Fratelli d’Italia ha detto proprio ad affaritaliani.it che l’Europa non può farsi carico da sola del problema: “Chi rompe paga e i cocci sono suoi”, ha argomentato l'europarlamentare al nostro Alberto Maggi, sottolineando come Joe Biden debba pagare il prezzo dell’evidente disfatta americana, accogliendo sul suolo statunitense le persone in fuga dai talebani.

Pur senza chiamare direttamente in causa l’America, anche Emmanuel Macron ha detto che l’Europa non può essere lasciata sola a gestire l’emergenza umanitaria, con una presa di posizione che gli è costata molte critiche da parte dei francesi, i quali lo hanno accusato di strizzare l’occhio alla destra nazionalista. Il tema è molto sentito anche nella Germania che si avvicina al voto: se nel 2015 la scelta di Angela Merkel di accogliere i profughi in fuga dalla Siria fece decollare i consensi di Alternative für Deutschland, con la prossima tornata elettorale il rischio è che a farsi da parte non sia solo la Bundeskanzlerin (che ha da tempo annunciato il suo addio alla politica), ma la CDU nel suo complesso.

Più disponibili nei confronti dell’accoglienza degli afghani sono altri Paesi come la Scozia, che vuole sottolineare una vocazione europeista dissonante rispetto ai mai amati cugini inglesi, ed anche l’Albania, che si è detta disponibile a fare da “Paese di transito” per quei fuggitivi destinati a prendere la strada per gli Stati Uniti. Perché ovviamente chi ha guidato la fallimentare operazione “Enduring Freedom” oggi non può lavarsi le mani del problema. Dall'altra parte dell'Oceano c'è anche il Canada, che ha già annunciato di voler ospitare 20.000 afghani.

È quindi giusto che l’Europa non sia da sola ad affrontare una crisi potenzialmente più grave di tutte quelle che abbiamo finora conosciuto, ma è nel contempo necessario che finalmente l’Unione trovi una voce sola, senza balbettii e schieramenti a macchia di leopardo, come invece troppe volte è successo nelle precedenti emergenze. Se questo dovesse ripetersi, la credibilità stessa dell’istituzione ne sarebbe gravemente danneggiata. Ciò sarebbe ancora più grave all’indomani di un passaggio storico che ha fortemente delegittimato l’Occidente e le sue tradizionali alleanze economiche e militari, lasciando il mondo privo di una guida, come giustamente ha sottolineato Massimo Cacciari.

Evidentemente la crisi americana rappresenta un’occasione per potenze alternative come Cina e Russia, ma l’esito di questo delicatissimo travaglio è tutt’altro che facile da prevedere. Anche per questo, servirebbe un’Europa più forte e capace di fare un fronte comune come finora è successo solo con la gestione del Covid-19. Siamo ancora lontani dalla soluzione della crisi pandemica, ma è già il momento di affrontarne un'altra, di tipo politico ed umanitario.

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