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Destinazione Sud
Taranto e l’Ilva, il piano B è la fantasia al potere
Il quartiere Tamburi a Taranto, alle sue spalle le ciminiere Ilva

La nuova Taranto? Gli architetti la stanno già disegnando. E’ questo il piano B per uscire dall’inferno dell’acciaio e dei veleni. E di immaginazione, talento e competenze ce ne vorranno un bel po’ per pensare, disegnare e progettare una città nuova, non più “cavia” ma laboratorio: e la differenza è parecchia. Per ora si può solo guardare in prospettiva e provare a immaginare uno spazio urbano completamente rigenerato e un’area industriale bonificata. Con o senza Ilva, o con un’Ilva diversa, si vedrà. E’ però da qui che, nella realtà, bisogna partire. Come ha fatto il gruppo di lavoro di Atelier Taranto, promosso dallo studio di architettura olandese UNLAB (fondato nel 2012 dall’architetto Andreas Faoro e dall’urban designer Francesca Rizzetto, entrambi veneti) con il supporto dell’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi in Italia e della Creative Industries Found NL, il patrocinio del Comune di Taranto, dell’Ordine degli Architetti di Taranto, di Legambiente Taranto e della cooperativa NoveLune.

porto tarantoIl porto di Taranto
 

Un melting pot olandese, veneto e tarantino, in cui la città dei Due Mari è insieme soggetto interessato e oggetto di studio. Su cui si sono esercitati e confrontati recentemente architetti, paesaggisti, urbanisti, sociologi, storici, biologi, fotografi, musicisti ed esperti di bonifica ambientale tenuti assieme da un terreno comune: hanno sviluppato e stanno sviluppando progetti, visioni e idee per la città, il porto e il territorio di Taranto. Non solo pensatoio per addetti ai lavori, dove si ragiona di sviluppo sostenibile e progettazione inclusiva, ma arena aperta al dialogo con autorità locali, nazionali ed internazionali e con i cittadini, in cui mettere in risalto scenari concreti di un rinnovato ed innovativo perimetro urbano.                                    

Temi, prospettive e attori con cui Massimo Prontera, presidente dell’Ordine degli Architetti di Taranto, si sta misurando da anni. Per questo – racconta a Destinazione Sud -  «abbiamo offerto al progetto Unlab supporto operativo, promozione e partecipazione. Non è l’unico progetto che analizza Taranto dal punto di vista urbanistico e della pianificazione, ce ne sono già diversi e altri verranno. Il nostro interesse – rimarca Prontera – è puntato soprattutto sulla visione transnazionale che da questa idea viene proiettata sulla nostra città: credo sia questa la sua portata innovativa che, però, va inserita in un ragionamento più ampio in cui è possibile valutare ciò che è condivisibile da ciò che non lo è. La sua ventata di novità, ripeto, è però forte: il punto d’osservazione non è più solo italiano, ma europeo». Un lavoro sotterraneo che architetti come Prontera stanno portando avanti in silenzio e che, ogni tanto, emerge come un fiume carsico: «Quest’estate – dice - abbiamo riunito a Taranto 200 architetti, un fatto più unico che raro, per confrontarsi sul futuro della città. Ne è venuto fuori il Manifesto per Taranto, dieci punti in cui fissiamo i principi della nuova pianificazione del territorio».

Un “disegno” che non può prescindere dal capire quale sarà il destino dell’Ilva. Prontera ne è conscio: «La nostra posizione sull’Ilva è da tempo chiara: non abbiamo soluzioni ma tante domande su cui aprire una riflessione comune utile per trovare soluzioni». Una cosa, nell’incertezza cosmica che investe Taranto, è sicura: «Da questo tunnel non si esce da soli e, soprattutto, non si esce facilmente. Bisogna fare i conti con la presenza industriale, capire se esiste un piano industriale oppure una strategia d’uscita. Solo dopo si può porre la questione vera che riguarda la riqualificazione di questa area». «C’è poco da ragionare – scandisce Prontera – comunque vada a finire abbiamo davanti a noi decenni per bonificare un’area pesantemente compromessa a patto, tuttavia, che l’azienda trovi la sua giusta dimensione in questo scenario. Un’opera enorme in cui la parte principale toccherà al Governo e all’Europa, non potendo restare confinata al livello locale».

Taranto googlemapsTaranto vista dallo spazio (Google maps)
 

Già, ma che cosa fare a Taranto? «Ci sono esempi in Europa e in Italia – spiega l’architetto tarantino – con aree industriali dismesse e riorganizzate, oppure aree rimesse in funzione o trasformate in altro, come in Germania, nel bacino della Ruhr, o nelle ex acciaierie Falck a Sesto San Giovanni: non si parte da zero. Taranto, tuttavia, per dimensioni e vicinanza al centro urbano è realmente un caso unico. L’area industriale, che vuol dire Ilva, porto, raffineria e Cementir, è grande circa il doppio rispetto al centro urbano». Oltre 1500 ettari e solo per l’area occupata dall’acciaieria. Meno dei 6mila ettari del bacino della Ruhr, dove per la riconversione in parco territoriale sono stati spesi oltre 2 miliardi di euro di fondi nazionali ed europei, ma molto più dei 120 ettari di Bagnoli, dove – chiosa l’architetto – «c’era una buona idea fatta saltare dalla procedura e trasformata in fallimento».

Dare un’occhiata in giro per il mondo, in ogni caso, è esercizio utile per scoprire che si può passare dal carbone e dagli altiforni alla cultura e a tante altre cose belle e più salutari. A Dortmund, ad esempio, è sorto il Museo della birra al posto della cokeria e l’ex gasometro dal diametro di 45 metri, invece, è stato riempito d’acqua diventando il più grande sito artificiale sottomarino d’Europa; a Duisburg un grande parco naturale è stato costruito sulle ceneri dell’acciaieria; a Pittsburgh vanno parecchio forte il settore biomedico, la robotica e Google, che vi ha stabilito il suo quartier generale; mentre a Bilbao è stato realizzato il Guggenheim, tra i musei più importanti al mondo. C’è poi l’esempio di Tienjin, l’eco-city di Singapore sorta su una ex salina bonificata di 30 km quadrati, e una città come Linz, in Austria, che convive tranquillamente con un’acciaieria dotata, però, di tecnologie in grado di abbattere le emissioni inquinanti del 90 per cento.

Progetti già realizzati e idee in cammino, come quelle di (Atelier)Taranto. Un laboratorio urbano in cui si prova a immaginare i quartieri Paolo VI e Tamburi trasformati in ‘parchi della memoria’ il cui terreno inquinato, attraverso la fitodepurazione, possa essere bonificato. In città vecchia si pensa all’utilizzo dei tetti come spazi pubblici, aperti a tutti e ad ingresso libero come fossero, appunto, parchi. Per il borgo, invece, si ipotizza un trasporto pubblico diverso: strade libere dalle automobili e mobilità verde, con car-sharing e biciclette. Oppure Palazzo degli Uffici, da coprire con teli bianchi durante i lavori in corso, così come fatto dall’artista bulgaro-statunitense Christo per il Parlamento berlinese.

Idee e suggestioni da assemblare in un modello coerente e in grado di parlare a un intero territorio, che va molto oltre i ponti di Taranto e giunge sino alle masserie, le gravine, i trulli, le terre del Primitivo: un altro mondo oltre l’orizzonte di ciminiere. «Serve un approccio corretto e completo – è l’idea dell’architetto Prontera – in grado di affrontare tutte le questioni e i progetti contemporaneamente, calandoli nel contesto e adattandoli ad esso. Riqualificare l’area industriale, il centro storico, le aree a mare, le periferie, il porto e il Mar Piccolo sono linee di sviluppo che vanno tenute assieme da un’idea generale di città».

eco city tianjin singaporeL'eco-city di Tianjin, Singapore
 

Ed è questo che, secondo Prontera e non solo lui, ancora manca. «Taranto ancora non è pronta – chiarisce – e sicuramente non lo è la sua classe politica, che lo dimostra non prendendo posizioni nette su scelte fondamentali. Invece di decidere e di scegliere, si arranca come fanno il Comune e la Provincia svuotata di poteri. In questo quadro la Regione diventa interlocutore privilegiato. E tuttavia ci sono, anche a Taranto, altre fasce di classe dirigente che sono più pronte. Penso alle categorie produttive, ai portatori d’interessi, alla società civile, ad alcuni ordini professionali, che hanno la possibilità di esprimere meglio i loro punti di vista ma, semplicemente, non vengono presi in considerazione. Il metodo è comunque fondamentale: si vince uniti,  facendo sintesi e avendo una visione di territorio che, però, oggi non c’è». E serviranno soldi pubblici, tanti, per realizzare ciò che ora si può solo immaginare e forse pianificare: «Gli 800 milioni previsti dal Governo servono – dice Prontera – perché senza non si fa nulla. Ma prima bisogna capire a che cosa servono e come verranno spesi: se non si sa, e si decide, che cosa si vuol fare di Taranto, allora saranno soldi inutili. La verità è che il blocco del denaro dei Riva in Svizzera ha rimesso tutto in discussione». Allora, bisogna davvero inventarsi qualcosa, lavorare d’ingegno. «Noi architetti abbiamo, creatività, saperi, capacità di progettare e di previsualizzare ciò che sarà. E poi ci vuole la fortuna di realizzarlo». La fantasia al potere. E chissà che, cambiando l’aria, invece di farcela passare torni davvero di moda.

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