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Espulso il finto imam del carcere di Padova: inneggiava alla Jihad

Gli era bastato dichiararsi imam del carcere di Padova. Aveva estromesso con la forza la persona che tra i reclusi musulmani, prima di lui, svolgeva la funzione di “intermediario religioso” in quella prigione. E tra i suoi colleghi di prigionia si era messo a propagandare la Jihad, la guerra santa.

Ma il suo ruolo è stato analizzato in profondità dalla questura padovana e reputato pericoloso. È stato così espulso Mahmoud Jebali, tunisino di 31 anni: in questo stesso momento, secondo quanto riporta il Gazzettino di Venezia di oggi, l'uomo dovrebbe essere in viaggio per l’aeroporto di Bologna, dove verrà imbarcato su un volo per Tunisi accompagnato da due agenti della Digos.

Condannato nel 2010 per rapina aggravata, Jebali è stato allontanato perché “ha posto in essere comportamenti costituenti minaccia concreta, effettiva e assolutamente grave ai diritti della persona, ovvero all’incolumità pubblica e alla sicurezza dello Stato”.

Gli agenti della polizia penitenziaria avevano più volte segnalato alla questura che Jebali era solito rivplgersi loro con minacce di morte: “Prima o poi” si legge abbia dichiarato “voi morirete tutti; noi entreremo nelle vostre case e vi uccideremo, e mangeremo i vostri cadaveri”.

Nel profilo Facebook del detenuto gli investigatori hanno anche accertato vari messaggi di simpatia per l’estremismo islamico di natura jihadista. C’era un video che sosteneva la “natura lecita della macellazione di un cristiano”, e riprendeva la raccapricciante decapitazione di un uomo con un machete. C’erano anche fotografie che ritraevano le bandiere nere tipiche dell’Isis.

Il problema della radicalizzazione nelle carceri italiane è sempre più avvertito. Secondo le ultime verifiche del ministero della Giustizia, i reclusi per terrorismo internazionale in questo momento sono una settantina, in gran parte in attesa di giudizio.

Sono divisi nelle quattro carceri specializzate di Bancali (Sassari), Nuoro, Rossano Calabro (Cosenza) e Asti. Vivono confinati in reparti ad Alta sicurezza dove, in teoria non possono avere contatti con altri reclusi. Malgrado questi limiti, accanto a loro ci sono almeno altri 600 detenuti che in prigione sono stati radicalizzati, cioè avvicinati e convinti in qualche misura alla guerra santa dell’Islam. Il loro numero è in crescita rispetto alla fine del 2017, quando erano 506; ed è quasi doppio rispetto ai 365 del dicembre 2016.

Uno dei problemi tipici di chi cerca di arginare la radicalizzazione alla Jihad in carcere è che l’Islam non prevede un vero clero, specializzato, e pertanto chiunque può proclamarsi imam, esattamente come Jebali aveva fatto a Padova. Ovviamente, poi, il gap linguistico dell’arabo non rende facile comprendere che tipo di “liturgia” e di sermoni vengano proposti ai reclusi islamici.

 

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