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Esteri
Ecco perché Putin piace anche alla sinistra anti-USA e mainstream

Edy "Bozambo" Ongaro e la sinistra filorussa

 

“Il suo martirio serva a rompere il castello di bugie di questa guerra, ma soprattutto a rilanciare la lotta antifascista e internazionalista. Il sacrificio di Edy mostri la forza del proletariato che saprà portare al trionfo del comunismo. Ti salutiamo compagno partigiano con il motto che ti era tanto caro: Morte al fascismo, libertà al Popolo". Così il Collettivo Stella Rossa – Nordest ha reso omaggio a Edy Ongaro, detto “Bozambo”, miliziano veneto morto a 46 anni dopo aver trascorso gli ultimi sette a combattere nel Donbass, dalla parte dei russi. “Si trovava in trincea con altri soldati quando è caduta una bomba a mano lanciata dal nemico. Edy si è gettato sull'ordigno facendo una barriera con il suo corpo. Si è immolato eroicamente per salvare la vita ai suoi compagni", specifica il ricordo affidato ai social. 

 

 

Chi era Edy “Bozambo” Ongaro

 

Perché Putin piace anche a sinistra

La vicenda di Ongaro è la punta di un iceberg che la narrazione imperante sulla guerra in Ucraina non sta adeguatamente prendendo in considerazione. Magari senza arrivare ai livelli di “Bozambo”, che ha preso le armi, ma diversi italiani di sinistra si sentono più vicini a Putin che a Zelensky, anche se lo “zar” russo ha notoriamente avuto relazioni più solide con la destra italiana, vista la stretta amicizia con Silvio Berlusconi e il sostegno pubblicamente manifestatogli da Matteo Salvini, seppure in una fase molto diversa da quella attuale. A livello internazionale, inoltre, Putin è il punto di riferimento delle nuove destre, da quella di Trump in America a quella di Orban in Ungheria. Eppure, diversi italiani di sinistra ancora oggi guardano con simpatia al Cremlino. Le ragioni di questo feeling sono tante, a partire dalla nostalgia per un passato che evidentemente non per tutti è relegato nel libro dei ricordi. Quando i compagni di Ongaro celebrano il miliziano che ha dedicato “tutta la sua vita alla difesa dei deboli e alla lotta contro gli oppressori” ricorrono a un registro simbolico che la sinistra di oggi pare davvero aver abbandonato. L’evidente rimando è alla fase dei blocchi contrapposti, della quale Putin è certamente un erede, avendo servito nei ranghi del Kgb e quindi nei gangli più profondi del potere sovietico. Se dopo la caduta del muro di Berlino e lo scioglimento dell’URSS si pensava di essere entrati in un’era post-ideologica, i problemi di fondo sono rimasti gli stessi, a partire dalle ingiustizie sociali che alimentano la lotta di classe. Non casualmente, sono istanze che arrivano da forze che si collocano “a sinistra del Pd”, per nulla tenere con le posizioni assunte dal partito di Letta.

L’antiamericanismo come collante

Tra le posizioni nel mirino c’è la forte vocazione atlantista, che qualcuno traduce come asservimento agli interessi americani e al sempre verde imperialismo yankee. In un momento nel quale c’è il forte rischio di una contrapposizione militare tra Putin e la Nato, le critiche all’alleanza atlantica sono accolte come bestemmie in chiesa, eppure ci sarebbe più di una ragione per riconsiderare l’egemonia USA sulla politica internazionale, le scellerate frasi di Biden su un possibile regime change in Russia e anche gli insuccessi delle missioni internazionali, fino all’Afghanistan. La motivazione stessa di tali missioni militari è stata messa in seria discussione da intellettuali che non fanno alcun mistero della loro identità di sinistra, come Michele Santoro e Alessandro Orsini, molto espliciti nel sottolineare i punti di contatto tra l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin e comportamenti analoghi da parte dei Presidenti USA. Questo non significa dare ragione a Putin, ma semplicemente riconoscere che ci sono torti analoghi anche a carico dell’Occidente e che, mai come in questo caso, due torti non fanno una ragione. Chi sia Putin è ben noto a tutti e non da oggi: lo sapevamo anche quando stipulavamo con lui i contratti di fornitura che oggi gli servono come arma di ricatto. Farne un’icona della sinistra – o anche solo della democrazia – è francamente risibile, così come l’intento da lui dichiarato di “denazificare” l’Ucraina. I neonazi non mancano nemmeno tra le sue fila, ma se non vogliamo cedere alla tentazione della semplificazione e della polarizzazione, non si può far finta che il battaglione Azov non esista. Questo non giustifica affatto l’invasione dell’Ucraina, ma almeno in parte spiega un atteggiamento altrimenti incomprensibile da parte di chi si sente antifascista, come appunto Ongaro.

Il Donbass colpevolmente ignorato

Il nostro connazionale era nel Donbass dal 2015, un anno dopo l’inizio di un conflitto che abbiamo colpevolmente ignorato. Proprio in questa ignoranza è fermentata la difficoltà nel comprendere appieno quanto sta accadendo, perché le complesse vicende che hanno portato alla nascita delle Repubbliche di Doneck e Lugansk sono tuttora ferite aperte, che hanno contribuito al consolidamento di una rivalità fratricida che fatichiamo a decifrare. Anche per questo l’identificazione con la Resistenza ucraina non è stata immediata e generalizzata, rispetto alla storia del nostro Paese e alla lotta contro il nazifascismo. Non quanto Zelensky avesse sperato, quantomeno, e non è certo casuale che i suoi spin doctor, decisamente abili, lo abbiano indotto a stralciare questo riferimento nel suo appello al nostro Parlamento, ben sapendo che nel Paese c’è un sentimento di forte solidarietà nei confronti delle vittime della guerra, ma non una totale adesione ideologica. Tomaso Montanari ha sostenuto che la differenza di fondo tra la Resistenza italiana e quella ucraina sta nel fatto che la prima combatteva un avversario in fuga e destinato alla sconfitta, mentre i russi prima o poi soverchieranno il pur combattivo esercito di Kiev: una motivazione curiosa, ma indicativa di una certa crisi di identità della sinistra italiana. Forse oggi il vero modo di essere contro il sistema è quello di essere acriticamente contro le tesi mainstream e quindi negare anche l’evidenza, come le colpe di Putin. Sta di fatto che le posizioni sulla guerra tra Russia e Ucraina sono tutt’altro che cristalizzate e che, anche su questo, le differenze tra destra e sinistra non sono più così facili da comprendere. 
 

 

 

 

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