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Imprese e Professioni
Gli “angeli” di Marco Di Francisca visti e raccontati da Luca Siniscalco

Già nel dicembre 2016 Luca Siniscalco si era espresso in questi termini nel corso della mostra “Gli angeli (tra Dio e l’uomo)” di Marco Di Francisca alla Galleria “Carta Bianca” di Chiavari: “Gli angeli sono creature mediatrici par excellence. Figure messaggere e annunciatrici, sin dall’etimologia, stringono insieme Dio e uomo, visibile e invisibile, trascendenza e immanenza. Gli angeli sono per Rudolf Steiner le entità custodi delle nostre incarnazioni. Henry Corbin definisce l’Angelo come «lo ierofante dell’essere, il mediatore e l’ermeneuta dei Verbi divini»”.

Le figure leggiadre e soavi dell’immaginario dell’eclettico Marco Di Francisca sono plastica rappresentazione di quell’Altrove che è alterità assoluta e, nel contempo, è radicato in interiore homine. In loro si completa l’indagine che il pittore ha svolto sulle folle umane, raffigurate in quadri caotici e grotteschi, dove l’allusione ai vizi e alle bassezze della nostra specie può anche diventare scanzonata e ironica curiosità verso i più disparati squarci di mondo. Questi grovigli di umanità erano stati concepiti da Di Francisca durante il periodo di malattia della madre come portali verso un universo che per lei era ormai di difficile fruizione.

“Il volo dell’angelo sull’umano” – proseguiva Luca Siniscalco nel suo testo critico – “è elargizione di un accesso preferenziale a quel ricordo arcaico ormai perlopiù dimenticato: l’appartenenza all’Uno, all’Origine che racchiude in sé l’Inizio e la Fine, il passato da custodire e il futuro da progettare. È sul solco di tale simbologia universale che il pittore Marco Di Francisca ha scelto di sviluppare la propria recente poetica, infondendo nell’archetipo angelico un trascorso fatto di ricordi dolorosi – benché necessari e carichi di intrinseca dolcezza – e un presente ricco di energia”.

MARCO DI FRANCISCA

Ma è l’artista stesso a chiarirci da dove proviene quest’energia espressiva e questo tratto poetico, simbolico, unico: “Disegnare, dipingere o fotografare è come fare una decalcomania dell'Anima. È un gioco salvifico, una beatitudine immensa. Se mi chiedono quanto tempo ho impiegato a realizzare un disegno, un dipinto, una fotografia, a scrivere una storia o una poesia, sorrido e rispondo: la mia età”.

Qui la Video-intervista in occasione della mostra di Chiavari.

LE OPERE DEL 2018

Chiediamo allora a Luca Siniscalco, attento critico e conoscitore dell’artista, che cosa l’abbia portato ancora nell’ultimo anno ad avvicinarsi alle opere di Marco Di Francisca, quali nuovi sentimenti gli abbiano suscitato, quali “angeli” si siano ancora avvicinati alla sua anima.

“Ogni incontro che sia autentico scambio di esistenze deve essere entusiasmo, ovvero, in senso greco, apertura e invasamento da parte della divinità. L’entusiasmo, umano ed estetico, che mi ha condotto a confrontarmi con Di Francisca non mi ha mai abbandonato, e reclama di seguire gli sviluppi della sua eclettica pittura. Questo entusiasmo si fonda principalmente sulla capacità dell’artista d’infondere nella sua modernissima arte – segnata da chiari richiami all’espressionismo novecentesco, alla Nuova Oggettività e, per altri versi, al surrealismo – uno spirito affatto moderno. Nelle forme di Di Francisca sono insufflate tracce degli arcana più misteriosi dell’immaginario collettivo occidentale. Figure affascinanti, sempre bifronti, riconcorrono quel mondo mitico-simbolico che l’arte odierna troppo spesso dimentica, presa com’è da una rincorsa confusa e acefala degli sperimentalismi più azzardati e autoreferenziali. La pittura di Di Francisca insegue invece una potente, mitopoietica istanza comunicativa. Così ha rincorso gli angeli nelle loro danze proteiformi, collocandoli in contesti fotografici liguri e mostrando come la vera realtà sia di per sé magica e teofanica. Il visibile cela l’invisibile. Ma l’invisibile necessita a sua volta della cura – nel senso eminente caro al filosofo Martin Heidegger – da parte del visibile. Così, ancor prima, l’artista si è confrontato con svariati temi – dai cavalli alle figure femminili, dalle allegorie alle rivisitazioni di episodi danteschi – sempre accostando la realtà all’Immaginazione. Anche i diavoli sono stati grotteschi protagonisti dei suoi lavori. Oggi la sua poetica mostra due nuove conquiste: da un lato, il curioso impiego di tele tonde e ovali, a suo dire più adatte ad affiancare il dinamico e circolare andamento del suo segno pittorico (un velato omaggio a Eraclito e Nietzsche?); d’altra parte, la tensione all’astrattismo, inteso come pura esigenza interiore. I colori sono potenti, aprono squarci sull’Altrove, rifrangono l’interiorità senza annullare il richiamo all’inesauribile potenza della datità elementare. Vi si scorgono ancora forme, quasi sintesi alchemica di quei diavoli e angeli che paiono infine Uno nell’esplosione magmatica del colore. Un ulteriore passaggio nel viaggio estetico ed emotivo tracciato da Marco Di Francisca”.

Sono previste nuove mostre del pittore?

“L’artista sta attualmente lavorando sui due fronti di cui dicevamo, concentrandosi su opere astratte realizzate su tele tonde e ovoidali. L’impegno artigianale – un po’ come nelle botteghe rinascimentali – è molto, e stiamo ragionando (con la ragione delle emozioni) su un nuovo percorso espositivo che renda conto degli ultimi sviluppi della sua poetica. Ad ora, quindi, nulla di organizzato. Ma i progetti in cantiere sono tanti e aperti a potenziali interessati”.

MARCO DI FRANCISCA VISTO DA SE STESSO
MarcoRitrattoMarco Di Francisca

Accadono tante cose in una manciata di secondi, che non basterebbe una vita a farne un resoconto: con il disegno e la pittura, coadiuvato da buona musica, cerco un mio equilibrio nel percorso di conoscenza e consapevolezza. Forse è come il Jazz: ci si trova a suonarlo, se ci si arriva, scomponendo fraseggi blues, sottintendendo frasi e silenzi.

Ho cercato di comprendere cosa mi sta accompagnando verso l’astrattismo: si è aperto un portale che mi ha risucchiato dentro quando, premendo la mano sul cuore, schiacciavo il pulsante della macchina fotografica mentre la bara di mia madre, con un fiore del Paradiso scocciato sul coperchio, entrava nel forno crematorio.

Io e Anna, mia sorella, non abbiamo voluto assistere all’operazione seduti sulle poltroncine nella lucida saletta al cimitero di Staglieno, ma abbiamo insistito per stare a pochi metri da lei, con i piedi nella polvere a sentire il soffio del fuoco e i rumori del legno sui metalli. Usciti, guardavamo il fumo dei camini fondersi con le nuvole che si addensavano all’orizzonte. Iniziò a piovere. Prima di inzupparci di acqua materna salimmo in macchina.

In autostrada, da Rapallo a Chiavari, si scatenò un fortissimo temporale: i colori gialli, grigi, viola, blu arancio dell’orizzonte, come una Strelitzia dissolta, tremarono nella deflagrazione di tuoni possenti… guidavo con gli occhi annaffiati di lacrime e ricordo che urlai “Vai Mamma, vai così”. Sentivo e sento che si era scomposta, dissolta come Etere e ricomposta nell’aria e nell’acqua, in un tripudio festoso della natura, tornando in parte verso terra, in parte salendo in cielo; il suo Spirito si fondeva con il tutto, riempendomi di immenso… era una festa di benvenuto, un’accoglienza corale di elementi ritrovati.

La notte seguente sognai che danzavo con lei; era giovane, capelli lunghi neri sciolti, ballavamo un twist, toccandoci leggermente le ginocchia con le ginocchia, a ritmo, ridendo felici, finalmente liberi.

Ecco, tutto questo non avrei potuto mai dipingerlo figurativamente. Tutte queste emozioni lancinanti e sublimi, questa lezione, non ultima, di un’Anima grande e bella, non riuscivo ad accordarle con gli spigoli di un quadro.

Nelle mie tele ovali e tonde ho provato – e tuttora provo – a rappresentare quell’armonia, quel boato possente, e intanto studio e cerco di comprendere i misteri chimici e fisici della materia… seguendo con l’immaginazione il suo viaggio e cercando di comprendere al meglio il mistero della vita. Se sono il 70 per cento d’acqua forse sono anche il 70 per cento di passato; passato che ancora amo rivisitare e rivedere con occhi nuovi facendolo tornare presente.

Ultimamente mi sono trovato a ridipingere su alcune tele di anni fa; quelle che oggi vedo futili, statiche, semplici appunti di viaggio.

E allora i tre cavalli nel deserto con una donna avvolta da un mantello blu cobalto al tramonto diventano sotto il pennello figure astratte in una danza di colori e forme che enfatizzano, trasformandole, le forze del disegno sottostante.

Inseguo l’armonia nello scompiglio creato dalla perdita più lacerante e istruttiva della mia vita.

Un ritratto a mia madre, nel periodo della sua malattia, era in effetti una preghiera per vederla trasformata nei colori e nelle forme più sublimi, un mio tentativo di tradurre le emozioni che lei riusciva ancora a proiettare dai suoi occhi cangianti a tratti persi.

Era stata una maestra, per pochi anni. Poi si dedicò a me e a mia sorella. Ci ha dato tutto il tempo per preparaci fino al supplizio, fino a pregarci di lasciarla andare. Quando mi torna a trovare in sogno, è un dolce rincontro pregno di gratitudine.

Ci sono dei quadri cui tengo di più. Sono quelli nati in quegli anni travagliati e subito dopo.  Ci sono quadri che forse non finirò mai, come i miei autoritratti. Altri penso siano stati solo gradini o esercizi per arrivare a sorreggere emozioni, preziose bussole per il tempo che mi resta e forse per chi saprà leggerne la dinamica.

I quadri tondi sono i miei frisbee verso il cielo. Gli ovali, surf per onde magiche. La mia casa studio, un tempio di memorie e un planetario rivolto al futuro. Non è sempre facile per la mia compagna adattarsi a questo caleidoscopio in continua mutazione, ma non riesco a scindere vita e arte. Oggi alterno il percorso su tela o tavola con il disegno virtuale, innestando a volte fotografie o disegnando su fotografie.

Trovo il ventaglio di infinite possibilità offerte dalla tecnologia un dono immenso. Inizio a vedere sempre più sfumato il significato di solitudine, incontrando presenze amiche nelle forme, nei colori, nell’etere: anime che voglio pensare abbiano già percorso la mia stessa strada. Questo mi dà le forze e l’energia per proseguire in un confronto avvolgente. Potessi dare un nome al mio spirito guida in questa nuova dimensione, chiamerei Kupka.

LUCA SINISCALCO
luca siniscalcoLuca Siniscalco

Nato a Milano (1991), ha studiato filosofia presso l’Università degli Studi della sua città e alla Universität Carl von Ossietzky di Oldenburg (Germania). Si è laureato in Scienze Filosofiche con una tesi sulla rivista «Antaios» presso la Cattedra di Estetica di Milano (Unimi), con cui attualmente collabora.

È redattore di «Antarès – Prospettive Antimoderne» (Edizioni Bietti) e collaboratore di diverse testate, fra cui «Barbadillo», «L’Intellettuale Dissidente» e «la Biblioteca di via Senato». Suoi articoli e saggi sono apparsi su riviste, quotidiani e in diverse antologie. Lavora come editor freelance.

Pubblicazioni scelte

Tra il dire e la paura: uno spazio del simbolico in AA.VV., Non aver paura di dire..., Heliopolis Edizioni, Pesaro 2015 (nuova edizione ebook accresciuta: La Carmelina, Ferrara 2015)

Jean Varenne, Il Tantrismo. Miti, riti, metafisica in Studi evoliani 2015, Arktos, Carmagnola 2016

Un idealista magico nella Lega Teosofica Indipendente, in J. Evola, L'individuo e il divenire del mondo, con un saggio introduttivo di R. Gasparotti, Edizioni Mediterranee, Roma 2015

Maschera e volto del postmodernismo contemporaneo, in «Filosofia e nuovi sentieri/ISSN 2282-5711», 26 febbraio 2017

The Philosophy of Another Beginning. Heidegger letto da Dugin, in «Filosofia e nuovisentieri/ISSN 2282-5711», 15 marzo 2017

Ernst Jünger: Un’ontologia delle forme mitiche, in AA.VV., Octagon. La ricerca della totalità, vol. III, a cura di H.T. Hakl, scientia nova, Gaggenau 2017

Heidegger contra Nihilismus: una soluzione estetica?, in «In Circolo. Rivista di filosofia e culture», n. 4, 2017

La frattura originaria. Il Diavolo nell’opera di Guido De Giorgio, in «La Rosa di Paracelso», a cura di Claudio Bonvecchio, Christian Giudice, Michele Olzi, Mimesis Edizioni, n. 02/2017

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