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Italia Atlantica
"Il capro espiatorio. Israele e la crisi dell'Europa". La recensione

Niram Ferretti

Il capro espiatorio. Israele e la crisi dell'Europa
Torino: Lindau
Collana I Draghi
Pubblicazione: 3 ottobre 2019
Pagine: 272
Formato: 14x21
ISBN: 9788833532134
 

 “Il Capro Espiatorio”: aprire gli occhi sulle moderne forme di antisemitismo

“L’Europa, e per sineddoche l’Occidente, che sbrana Israele, è l’Occidente che sbrana sé stesso”: Il saggio di Niram Ferretti descrive il decadimento dell’identità europea attraverso le manifestazioni di astio contro lo Stato Ebraico

 
Il Capro Espiatorio: Israele e la crisi dell’Europa. Questo il titolo del nuovo lavoro del saggista Niram Ferretti, ricercatore indipendente ed esperto del conflitto arabo-israeliano. Presentato già in diverse città italiane, e in attesa dell’evento nella capitale (che si terrà il 4 febbraio alla presenza di illustri ospiti quali il Presidente di Igap Europe, Robert Hassan, il Direttore di Italia Atlantica Bepi Pezzulli, e l’Ambasciatore e già Ministro degli Affari Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata), il volume non ha nulla da invidiare a un vero e proprio manuale di scienza politica, o meglio, di scienza dell’antisemitismo.

Il saggio, infatti, racconta il decadimento della civiltà occidentale, dal momento in cui il multiculturalismo ha deciso di forzare una violenta erosione dell’identità europea e delle proprie radici giudaico cristiane in nome di una fantomatica autoflagellazione. Quest’ultima deriverebbe, infatti, da un corroborante senso di colpa che attanaglia il vecchio continente non solo a causa degli orrori delle due grandi guerre, ma anche e soprattutto a causa del passato colonialista. In tal senso l’Europa avrebbe deciso di redimersi esaltando senza alcun limite le culture che nei secoli scorsi aveva contribuito a sfruttare e a denigrare come inferiori, arrivando sfortunatamente ad accettare e lodare anche i tratti più violenti e bellicosi di quest’ultime. Il terrorismo islamico, in un certo senso, sarebbe giustificato dalla povertà e dalle disuguaglianze che i Paesi colonialisti hanno contribuito a creare nei paesi arabo-islamici, e così via.

Tutto questo passa inevitabilmente per Israele: il senso di colpa europeo nei confronti degli ebrei, nell’immaginario comune, sarebbe la causa ultima della fondazione dello Stato di Israele, e con il passare degli anni e della trasformazione della figura dell’ebreo da perseguitato indifeso a soldato armato, ha trasformato (nell’ottica europea) l’idea di Israele in un errore madornale che ha portato ad altrettante, terribili, sofferenze. Il volume non parla di Israele, ma dell’autodistruzione della identità europea manifestata attraverso una rinnovata forma di antisemitismo, concentrata non solo nell’attivo sostegno dei Paesi europei a quelli Arabi, ma anche e soprattutto nel triste abbraccio tra sinistra e antisionismo.

Solo per citare alcuni esempi, a ventidue anni dalla fine della guerra e ventitré dalla caduta di Vichy, il presidente francese De Gaulle (che aveva pugnalato Israele alle spalle mettendo l’embargo sulla fornitura d’armi che Io Stato ebraico aveva pagato) giustificò l’astio contro Israele come un effetto prodotto dalle vittime, e non come una causa delle manifestazioni belliche di per sé. In sostanza, così come per decenni l’antisemitismo si era manifestato a partire dal falso storico dell’ebreo ricco, così gli anni sessanta e settanta videro la nascita di un nuovo ebreo da attaccare: l’ebreo forte, sicuro di sé, armato e dominatore. L’effetto di questo percorso di pensiero è ben visibile se si guarda alla condizione delle comunità ebraiche francesi, massacrate di accuse ideologicamente veicolate da islamisti e “lefties”. Dopo tutto, scrive Ferretti, “l’antisemitismo musulmano francese doveva essere in larga misura solo una “comprensibile” reazione all’ “occupazione” israeliana di Gaza e della West Bank”, una mossa astuta e furbesca che ha messo in piedi una vera e propria commedia, quella dove si è racconta “il problema più fondamentale – in Francia come in Israele – fosse l’“Islamofobia”. Similmente sta accadendo in Inghilterra, dove il sostenitore dei movimenti terzomondisti (per definizione innocenti, anche quando promulgano idee antisemite e azioni violente)  Jemery Corbin tratta Israele come un “agente” degli Stati Uniti, o peggio come un condizionatore delle politiche americane.

E mentre, scrive Ferretti, cinquant’anni di indefessa propaganda antisraeliana, ingiustificatamente nata dal senso di colpa europeo nei confronti di arabi e nordafricani, hanno colpito e lasciato il segno nell’opinione pubblica occidentale, Israele è cresciuta e prosperata attorno alla forza della sua identità ebraica, attirando su di sé sempre più l’astio degli “odiatori delle identità” in Europa.

Cosa odia l’Europa di Israele? Il senso nazionale, il forte multiculturalismo da sempre agognato dalla sinistra occidentale ma che mai è riuscita ad ottenere), l’ideologia patriottica, l’etnicità, la religiosità, la salvaguardia dei propri valori, lo spirito di sacrificio dei propri soldati. Insomma, l’identità. E se in Europa, con sommo dispiacere di chi ne ama usi e costumi, questi termini sono stati trasformati esclusivamente in disvalori, sinonimi di razzismo, bellicismo, suprematismo, il fatto che da questi elementi Israele tragga la sua forza lo rende inevitabilmente un paese razzista, pur senza aver mai visto i tipici episodi di razzismo made in EU; guerrafondaio, pur avendo sempre e solo combattuto per difesa, a differenza del classico espansionismo intrinseco della cultura europea; suprematista, nonostante la casa di Ghetti, Pogrom e Campi di sterminio sia sempre stata proprio l’Europa.

Il volume coniuga elementi di filosofia politica con un’analisi attenta e precisa degli eventi che hanno segnato l’erosione dell’amicizia tra Europa e Israele, spiegando con dovizia di particolari un fenomeno apparentemente inspiegabile. Non c’è differenza tra l’affermare che gli ebrei, (come accadeva nel Medioevo) uccidevano i bambini per potere utilizzare il loro sangue nel confezionare il pane azzimo, e il dire che i soldati dell’Esercito Israeliano trattano i palestinesi come le SS, o che vige un regime di Apartheid. Sono miti, fantasticherie, menzogne propagandistiche antisemite prive di qualsiasi fondamento. È un copione Made in Europe, che non è mai stato cambiato nei contenuti ma solo nella forma. E allora, menomale che c’è Israele, l’ultimo e prospero baluardo di civiltà occidentale in difesa non già dei fantomatici deboli, ma di tutti.

Rebecca Mieli
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