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Parigi: Barbara d'Urso spin doctor di Matteo Salvini

Ma non era morto il talk show? A quanto pare no: le ultime due stagioni avevano segnato una crisi del genere solo perché era venuto meno lo spartiacque della politica italiana a partire dagli anni Novanta, ovvero Silvio Berlusconi. Per quasi due decenni una generazione di conduttori – Michele Santoro in testa – si è arenata sulle beghe dell'ex Cavaliere, costruendoci una carriera. Non c'è nulla di male, per carità, ma questo ha portato i telespettatori a vivere solo di politica interna e a non sviluppare la benché minima conoscenza in materia di esteri, nell'era del villaggio globale.

 

Ci sono voluti i terribili fatti di Parigi – sei attentati in contemporanea – per riportare l'attenzione dei talk show sul terrorismo internazionale, sulla minaccia dell'Isis, i recentissimi equilibri geopolitici. E naturalmente se ne sono occupati tutti, Barbara d'Urso in testa: per uno speciale di Pomeriggio 5 al sabato si è scatenata un'insurrezione popolare che non si registrata dai tempi del podio Scanu-Filiberto-Mengoni al Festival di Sanremo 2010, con la rivolta dell'orchestra. A farsi notare in particolare sui social è stato il senatore Paolo Romani, Forza Italia, ex sottosegretario con delega alle Comunicazioni nel governo Berlusconi, che ha invitato la Bislacca di Cologno Monzese ad occuparsi di pettegolezzi. A mio parere si tratta di una nuova forma di populismo: è fuori di dubbio che la d'Urso sia incapace di allestire un dibattito dignitoso sui peshmerga curdi e le banlieue di Parigi, ma solo lei ha l'autorità per porgere questi argomenti al pubblico femminile popolare di Canale 5. È come se esistesse un patto di fiducia tra la conduttrice e i telespettatori. Il Tg5 difficilmente potrebbe intercettare chi la segue.

 

Il problema quindi non è Barbara d'Urso che si occupa dell'Isis, ma di come se ne occupa nella modalità del talk show. La conduttrice potrebbe benissimo limitarsi all'emotainment, ai collegamenti con la capitale francese, a lanciare i servizi, invece ospita chiunque in studio e soprattutto continua il gioco di sponda per Matteo Salvini (ve lo ricordate l'invito al leader della Lega a lasciare il collegamento da Bologna per il pericolo infiltrati? A me è sembrato un allarmismo ben studiato). Berlusconi è passato di moda, ergo in vista del ballottaggio con l'Italicum bisogna puntare su un altro cavallo. Lo stesso fa Paolo Del Debbio con Quinta colonna su Rete4.

 

Non va diversamente a Veronica Maya con Storie vere, che lunedì mattina concentra la puntata sulla perdita di Valeria Solesin. Anche qui ci si perde nei prevedibili commenti sulla compostezza dei genitori, tra Vittorio Feltri e l'immancabile don Mario.

 

Ma il talk show è in grado di dare al telespettatore gli strumenti per capire la complessità? Con la formula del tutti contro tutti – o del “Da che parte stai?” per citare un vecchio segmento di Pomeriggio 5 - la risposta è ovviamente no. Dall'Arena a Piazzapulita si scatenano le tifoserie, ci si accavalla, si parla di istinto sull'onda emotiva, “non si chiamano i problemi con il loro nome”, come ha scritto oggi Aldo Grasso sul Corriere. E questo scatta sia che in studio si parli di terrorismo, sia che si discetti di legalizzazione della droga o diritti dei gay. L'importante è riempire, non aiutare i telespettatori a formarsi un'opinione.

 

Secondo quanto scrive Stefano Balassone su Il Fatto quotidiano, questi programmi hanno beneficiato dell'effetto Parigi negli ascolti: Quinta Colonna è passato dal 6.3 all'8.1% di share, mentre Virus, in onda di domenica sera, ha incrementato lo share dal 4.2 al 5.8% (il talk di Nicola Porro solitamente è quello che affossa la media di rete di Rai2, che quest'anno sta andando benone tra Pechino Express, Stasera tutto è possibile e Quelli che il calcio). A seguirli si sono affacciati molti giovani under 24 e gli immigrati, con quest'ultimo gruppo che solitamente guarda Canale 5 e Italia1, come rivelato da una ricerca di TvTalk.

 

 

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